di Chiara Mezzalama

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Riprendono le mie passeggiate parigine. Si può essere ancora una flâneuse in questi tempi di stato d’emergenza, dove in ogni luogo pubblico ti controllano la borsa, dove il sospetto si insinua nel tessuto sociale e la radio racconta ogni giorno di attentati sventati? Si può ancora passeggiare con la testa per aria, inseguendo fantasmi di scrittori, scrittrici e poeti? Su un muro vicino casa trovo questa scritta gialla: La vie. Plus beau plan séquence jamais réalisé. La vita. Più bel piano sequenza mai realizzato. Vorrei ancora poterci credere.

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Librerie, case di scrittori, mostre, film, libri… Ciò che rende vivo un luogo, che nutre la mente, che aiuta a tollerare lo stato di paranoia che ci avvolge, soffocando ogni possibilità di immaginare un futuro. Senza un programma e con il rischio di perdersi, naturalmente. Suivez-moi…

 

 

La casa di Balzac

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Balzac. Il mostro sacro. La statua che gli dedicò Rodin campeggia sinistra su Boulevard Raspail. Avvolto in una palandrana (in realtà la leggendaria vestaglia bianca che indossava quando scriveva), assomiglia a un profeta severo e inquietante. Profeta lo fu per quella sua capacità di descrivere l’uomo e il suo ambiente, di insinuarsi nei meccanismi della società del suo tempo, svelandone segreti e brutture, idealismi e decadenza, vita parigina, di provincia e di campagna, raccontando di uomini e donne, potenti e miserabili, scellerati e bottegai, servi e padroni. La Comédie humaine, scritta tra il 1829 e il 1850 conta quasi novanta opere, tra le quali alcune diventate pietre miliari della letteratura francese ottocentesca. Migliaia e miglia di pagine, 2500 personaggi, studi approfonditi di psicologia, sociologia, storia e filosofia. Un’impresa mostruosa che lo occupò giorno e notte per più di un ventennio e lo stroncò nell’agosto del 1850 a soli 51 anni.

Nonostante dei ritmi di scrittura da forzato, Balzac scriveva dalle 16 alle 18 ore al giorno, soprattutto di notte, la sua vita fu piena di amanti, viaggi, amicizie altolocate e creditori che lo inseguirono ovunque, la letteratura non bastò mai a soddisfare le esigenze di una vita mondana dispendiosa, sempre al di sopra delle sue possibilità. Proprio per sfuggire ai creditori, Balzac affittò sotto falso nome una piccola casa a Passy, oggi nel 16e arrondissement di Parigi, che era all’epoca un villaggio limitrofo dove, per la sua struttura collinare, crescevano dei vigneti. Si era nascosto in periferia Balzac e si vergognava di quella sua dimora umile e defilata.

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La casa di Passy, attualmente Rue Raynouard, è l’unica rimasta in piedi tra le tante che ha abitato. Vi si accede da una scala ripida, trovandosi più in basso rispetto al livello della strada. Balzac vi soggiornò dal 1840 al 1847, anni di lavoro massacrante di scrittura e correzione della sua opera sconfinata. La maison de Balzac è oggi un piccolo museo della Ville de Paris. Un antico gemellaggio tra Parigi e Roma fa sì che i cittadini romani abbiano l’accesso gratuito a questi musei. Mi presento perciò al vecchio custode con la mia carta di identità. Mi guarda con stupore, tira fuori un foglio da un cassetto e verifica l’esattezza della mia affermazione. Dice che non lo sapeva nemmeno lui, né mai gli era capitato che qualcuno mostrasse la sua carta di identità in tanti anni di lavoro. Questa stranezza lo mette di buon umore, mi accompagna nella prima sala come fossi un’ospite d’onore. Mi racconta che per entrare serviva una parola d’ordine e una governante filtrava gli ingressi per proteggere il suo amato Balzac dai molestatori. La presenza di questa governante mise su tutte le furie la sua amante di allora, Mme Hanska, alla quale Balzac scriveva lettere lamentandosi dei suoi ritmi di lavoro forsennati. “Ieri ho lavorato per 19 ore e oggi me ne toccheranno 20 o 22. È la pagina che mi conduce, devo scriverne tra le 16 e le 22 al giorno, le scrivo e le correggo (…) oggi non mi sono mai alzato dal tavolo.”

foto-2  Ed è qui il tavolo, in una stanza angusta che affaccia su un giardinetto. Un minuscolo tavolo in noce e una poltrona tappezzata, un busto che ritrae lo scrittore, un crocifisso, qualche libro. Niente altro. Provo una certa emozione a trovarmi qui, immagino l’odore del caffè che Balzac beveva a fiumi, il rumore della penna che raschia sul foglio, il silenzio della notte, rotto soltanto dai suoi borbottii e dal frusciare della sua vestaglia. Molti dei suoi romanzi li lessi a scuola, ne ho un vago ricordo. Da quanti anni non leggo Balzac? A questo tavolo scrisse Splendori e miserie delle cortigiane, aveva già chiaro in mente il palinsesto dell’opera che avrebbe dovuto identificare le “specie sociali”, così come la biologia identificava le specie animali. Questa stanza spoglia si può dunque considerare un laboratorio sperimentale, una prova sorprendente dell’ingegno umano.

400blows2Non posso non pensare alla scena memorabile del film di Truffaut I quattrocento colpi nella quale Antoine Doinel, ragazzino inquieto e poco amato, venera Balzac al punto da dedicargli un altarino nella sua stanzetta. Si ispira per un tema al romanzo La Recherche de l’Absolu che gli varrà uno zero per plagio. Mi ha sempre colpito quella scena, forse perché fin da giovane condividevo il senso di devozione nei confronti degli scrittori, le scrittrici amate. In una delle stanze del museo è custodito un altro oggetto leggendario: il bastone da passeggio di Balzac con il pomo d’oro tempestato di turchesi, segno inequivocabile del suo dandismo. Il suo stravagante bastone fu oggetto di fascino e derisione; entrato a pieno titolo nella rappresentazione caricaturale dello scrittore, venne addirittura descritto come oggetto magico da Delphine de Girardin, animatrice di uno dei salotti più in voga della Parigi di quegli anni. Secondo Mme de Girardin il bastone di Balzac gli dava il dono dell’invisibilità: “Il signor Balzac si nasconde per osservare; guarda, guarda la gente che crede di essere sola (…) li sorprende accanto al letto, osserva i sentimenti in vestaglia, le vanità in pantofole, i furori e le disperazioni in camicia da notte e poi mette tutto ciò in un libro…”. Soltanto il dono dell’invisibilità potrebbe permettergli di descrivere con tanta precisione e giustezza gli aspetti più privati della vita degli esseri umani. Viene da domandarsi in effetti dove trovasse il tempo di frequentare i salotti e i bassifondi della città se passava tutte quelle ore a scrivere… o forse era dentro di sé che trovava tutto ciò di cui aveva bisogno per scrivere. Ad ogni modo, ogni scrittura è in sé stessa un mistero.

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Passeggio per questo bel quartiere borghese che si affaccia sulla Senna, con i suoi palazzi signorili, gli ingressi monumentali, le strade larghe, le aiuole fiorite e i bei negozi. Alzando lo sguardo c’è sempre lei, la Tour Eiffel: la si può avere sotto gli occhi ogni giorno, rimane un simbolo fortissimo di questa città. Se fosse esistita all’epoca, Balzac l’avrebbe vista dalla finestra del suo studio.

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