Questa volta lascio a voi la scelta di immaginare lo sfondo della chiacchierata.
Nel salotto della casa del protagonista di “XXI secolo” di Paolo Zardi (Neo edizioni):

Su un lato del salotto, una porta a vetri mostrava il giardino sul retro: illuminati da un lampione che si accendeva al primo cenno di oscurità, immobili sotto la pioggia, una bici a terra, un pallone nuovo, l’altalena arrugginita, la spettrale presenza di una vecchia bambola. La grondaia di rame gorgogliava come una rana. Lo spettacolo insignificante di quei dieci metri quadrati sorpresi nella loro quotidiana attività aveva qualcosa di straziante – un’insostenibile normalità.

O invece nel nido di Garbo e la signorina Enne, Nina, la donna da lui amata con passione e tenerezza, nel romanzo “L’angelo esposto” di Ade Zeno (Il Maestrale):

La penombra della stanza è una brezza gentile che galleggia e si posa sui nostri capelli con la cautela di un soffio. Non è il vento, non è la spinta prepotente del temporale che ha iniziato a maltrattare le imposte delle finestre. È piuttosto lo scivolare timido di un’assenza, una luce che non esiste ma lascia intravedere – a me, a me soltanto – i contorni dei mobili, le facce delle pareti, i dorsi bui dei libri accatastati sugli scaffali.

Oppure, nell’appartamento di Giacomo e Anna, appena rientrati dall’ospedale dopo la nascita del loro secondogenito, “Primo” di Maurizio Cotrona (Gallucci).

Il palazzo non conosce alcun tipo di manutenzione da almeno un trentennio, i davanzali degli altri sono scrostrati fino a mostrare la propria anima d’acciaio, ma Giacomo ha voluto opporre un’intransigente cura privata della propria porzione all’inerzia dei condomini. L’effetto è quello di un arto sano trapiantato su un corpo in avanzato stato di decomposizione. Finchè arriva il giorno in cui il suo intonaco impeccabile crollerà giù assieme al cemento marcito, perché non è mai accaduto che le cellule sane contagiassero quelle malate.

È con i rispettivi autori che mi accingo a chiacchierare: Paolo Zardi, Ade Zeno e Maurizio Cotrona, citati nell’ordine di apparizione nel mio universo di lettrice. Come spesso avviene per i lettori, i libri da sé tessono una rete di rimandi e intrecci. A me è accaduto con i loro tre romanzi, che nella mia percezione di lettrice si sono come amplificati e lievitati l’uno nell’altro.
La prima forte somiglianza che vi ho rintracciato è non solo che la voce narrante è un uomo, ma soprattutto che in tutti e tre i romanzi la figura femminile è neutralizzata, malata fragile indebolita in “Primo” e “L’angelo esposto”, in coma e quindi totalmente assente in “XXI secolo”. Mi piacerebbe indagare le ragioni che hanno spinto ciascuno di voi a togliere funzione e ruolo attivo alla compagna dei vostri protagonisti e se è un omaggio alla centralità della donna o piuttosto un sottolineare un elemento di debolezza. Non si può immaginare, forse, un futuro in crisi e decadenza, se non annullando il ruolo della donna?

 


Carissima Giuditta, innanzitutto ti ringrazio per l’invito, che raccolgo molto volentieri. Una premessa importante prima di iniziare questa specie di tripletta letteraria: mentre ho letto – e amato fin dalle prime pagine –XXI Secolodi Paolo Zardi, non ho ancora avuto la fortuna di visitare il romanzo di Maurizio Cotrona. In ogni caso, spero di riuscire a farlo quanto prima.
Ma veniamo alla tua domanda. Non credo di essere d’accordo con te quando dici che al personaggio di Nina (la moglie di Garbo, protagonista dell’Angelo esposto) sia stato tolto un ruolo attivo nell’economia della storia. Credo invece che la sua assenza, o meglio il suo essere una specie d’ombra del protagonista, sia fondamentale per restituire quel senso di impotenza, fragilità e vacua malinconia che si annida in ogni singolo gesto dell’io narrante. È vero che Nina viene descritta come un essere disarmato e debole, un animaletto da accudire e proteggere, ma è anche innegabile che questa piccola donna imprigionata nella sua malattia rappresenta l’unica vera ragione di vita di Garbo, il solo motivo per cui vivere abbia senso. Pur cercando strenuamente di preservarla dal putiferio che sta gravitando loro intorno, il protagonista si appoggia alla sua amata per stare a galla, la difende ma allo stesso tempo ne è difeso, la sorregge ma a sua volta ne è sorretto nei momenti più complicati. Le storie che inventa per tenerle compagnia, tanto per fare un esempio, non sono tutta farina del suo sacco, anzi: nascono e si sviluppano solo attraverso i dialoghi ondivaghi la cui vera regista, alla fine, è proprio lei. Si potrebbe insomma sospettare che Nina sia una specie di spalla, ma probabilmente è vero solo in parte; anzi, arriverei perfino a sostenere che a conti fatti la vera protagonista sia proprio lei. La sua figura è piuttosto silenziosa, questo sì, ma come può essere silenzioso l’occhio di un ciclone. Intorno è tutto inferno, eppure al centro c’è sempre e comunque lei, unica certezza. Nella mia vita, per fortuna, è quasi sempre stato così.
Ho appena finito di scrivere queste righe, la mia compagna passa da queste parti e domanda lumi su ciò che sto facendo. Le spiego della tripletta letteraria e, su suo invito, leggo ad alta voce il primo quesito per poi sintetizzare in due parole la risposta che ho pensato di dare. Il suo responso è spietato: Beh, ma è vero, nelle tue storie le donne o sono assenti oppure, nel migliore dei casi, se ne stanno sempre in disparte. Segue lunga discussione durante la quale tento di difendere la posizione di cui sopra, ma con risultati ridicoli. Giungo alla conclusione che essere cresciuto con i film di Sergio Leone (che conosco a memoria, battuta dopo battuta) ha limitato in modo significativo la mia capacità di empatizzare con le voci femminili. Però lui (Leone, intendo) ha creato almeno un personaggio-donna meravigliosamente attivo. Ma ha dovuto aspettare C’era una volta il West, e Claudia Cardinale.

 


Ciao Giuditta (ciao a tutti). E grazie di essere una lettrice così attenta e così curiosa. La tua curiosità è uno stimolo per me, per cui mi impegno a recuperare gli altri due libri del trittico (“XXI secolo” mi ha battuto come libro del mese a Fahrenheit… ma lo perdono).
Quelle che tu segnali sono coincidenze molto interessanti. Evidentemente c’è qualcosa nell’aria che ha portato me, Zeno e Zardi su percorsi simili.
Per quanto mi riguarda, hai fatto centro. In una società in cui spesso si parla di “scomparsa del padre” io ho messo in scena la scomparsa della madre. La presenza di una figura materna avrebbe impedito l’evoluzione drammatica della storia, scombinando il progetto educativo di Giacomo, impegnato a realizzare con Primo (il nuovo nato) il capolavoro pedagogico che non gli era riuscito con il primogenito. Inoltre mi interessava molto, a livello di scrittura, raccontare un personaggio quasi del tutto immobile, eppure capace di svolgere una fondamentale funzione “climatica”, usando dei gesti minimi: una parola, un sussurro, la mimica facciale.

 


Ciao a tutti, e felice di fare la vostra conoscenza!
Purtroppo per me questo è un periodaccio – il lavoro mi sta fagocitando e non ho un minuto libero. ma prometto di recuperare presto la lettura dei vostri libri, che mi incuriosiscono.
Venendo alla tua domanda, sono ritornato al momento esatto in cui la storia ha iniziato a prendere forma: parlavo con un’amica di un fatto di cronaca che avevo letto da poco – una donna viene trovata uccisa, si sospetta del marito ma poi si scopre che lei aveva una relazione da anni, e il colpevole era il suo amante che non voleva essere lasciato – e ho pensato che questa storia, evidentemente tragica, conteneva un elemento interessante dal punto di vista narrativo: il marito sarebbe stato anche costretto a rivedere la propria vita. Mi interessava, in particolare, l’idea di un’indagine, per così dire, esistenziale volta a conoscere, paradossalmente, non l’identità dell’omicida ma di quella della vittima. Un anno dopo, quando avevo già iniziato a scrivere una prima versione di “XXI secolo”, ho letto un libro di scienze cognitive che parlava di una particolare situazione di coma in cui il paziente è perfettamente consapevole, ma non può muoversi e quindi neppure comunicare con il mondo. Mi è sembrato che questo particolare rendesse “migliore” la storia: la presenza silenziosa di questa donna avrebbe costretto il protagonista a fare i conti con qualcuno che non può rispondere alle sue domande, ma che continua ad esistere.
Nella seconda versione del libro, che è quella corrente, oltre a introdurre l’elemento distopico assente nella prima, ho iniziato a considerare centrale la presenza di questo corpo silenzioso… L’amore passa attraverso la carne anche quando questa non può muoversi? Com’è il processo di riconciliazione con una persona che ci ha tradito se questa non può rispondere alle nostre domande? E questo è diventato il nucleo del libro: il personaggio principale deve trovare necessariamente dentro di sé le risposte, senza le mediazioni o i compromessi che la dialettica tra due persone introduce. La presenza, a differenza della morte, non consente la chiusura del passato.
Sarebbe stato diverso se i ruoli si fossero invertiti? Può essere. Ma dietro la mia scelta non c’è una decisione consapevole: un fatto di cronaca, il riconoscimento di un elemento drammaturgico, i tentativi di costruirci sopra un romanzo. Non escludo che sotto ci siano anche le motivazioni, molto pertinenti, che descrivi; a livello cosciente, però, è avvenuto tutto in modo “naturale”.
Grazie a tutti!! è ancora più entusiasmante di quanto immaginassi poter confrontare le vostre diverse posizioni, sulle mie sensazioni di somiglianze.
Tre romanzi distopici, ma non si va lontano. Questo forse l’elemento più inquietante della vostra comune distopia: il futuribile che presentate è qualcosa di molto, troppo vicino per non intimorire il lettore.
Sull’elemento distopico, però, “L’angelo esposto” differisce per un diverso uso del tempo e dello sguardo. Sicuramente dei tre è il romanzo più “politico”, mentre sia “XXI secolo” che “Primo” si soffermano su un’ottica più “sociale”.
Da dove nasce la necessità di spingere lo sguardo oltre il presente, senza però allontanarlo troppo dall’orizzonte? Perché mi sembra che in tutti e tre sia molto forte la volontà di rendere reale, e non solo realistica, la visione del futuro, quasi a indicare con fermezza al lettore che gli indizi di ciò che narrate sono nel presente. C’è anche un elemento profetico nella vostra narrazione?

 


Cara Giuditta, con il tema della distopia mi tocchi nel vivo, perché è una dimensione che solleva argomenti per me cruciali. Mi permetto solo di correggere leggermente il tiro mettendo subito da parte il futuro: la proiezione temporale che ho immaginato per L’angelo esposto, infatti, si proietta piuttosto verso il passato. Un passato prossimo, di ambientazione genericamente europea, e altrettanto genericamente novecentesca. Più che realistico direi realisticheggiante. La storia è ambientata in una città senza nome, e le tinte storiche richiamano in modo molto approssimativo ma riconoscibile il periodo della Guerra Fredda. I nomi dei personaggi, poi, conducono a connotazioni piuttosto neutre spaziando dallo slavo, all’ispanico, all’italiano, al completamente inventato. Un guazzabuglio di riconoscibile indeterminatezza, insomma, di cui mi servo con ostinata ottusità in tutte le mie, chiamiamole pure così, espressioni letterarie. Più che allontanarmi dalla realtà (ammesso e non concesso che la realtà esista, ma questo è un problema filosofico e non è il caso di complicare ulteriormente le cose) direi che sento sempre il bisogno di schivare la contemporaneità. L’ambientazione in una dimensione quotidiana troppo prossima non mi fa sentire a mio agio e anziché avvicinarmi sortisce invariabilmente l’effetto opposto. È un mio limite, che credo abbia a che fare anche con una certa prossimità a un’esteticaretrò. Ma non è solo questo. Credo anzi che la vera ragione per cui rifiuto di cedere alle lusinghe di universi troppo familiari stia nel fatto che questa familiarità mi disturba. Peggio: midistrae. Una volta messo a fuoco un problema, vale a dire un’ossessione o meglio un insieme di ossessioni che sento l’urgenza di elaborare narrativamente, mi pongo subito il problema di farle emergere in maniera quasi astratta, metaforica. L’angelo esposto, così come Argomenti per l’inferno, il mio primo romanzo, e altre cose ancora inedite, ruota intorno a temi disturbanti (il decadimento fisico, la cecità, la morte, l’impalpabilità delle voci) che per stare sulla pagina – vale a dire per sedurre il potenziale lettore – hanno bisogno di una struttura narrativa riconoscibile, di un’ambientazione più o meno sensata e di una lingua forte. Mentre quest’ultimo punto, per quanto mi riguarda, ricopre la stessa importanza delle ossessioni, il primo e il secondo sono solo pretesti. Va da sé che l’elemento profetico è del tutto escluso.
Grazie, Ade, le tue risposte sono sempre illuminanti.
Con diverso uso del tempo nel tuo romanzo, intendevo proprio lo sguardo volto al passato piuttosto che al futuro. Nel tuo caso, infatti, il futuro non è tanto un tempo quanto piuttosto una possibilità. Che essa si sia avverata, sia stata sul punto di avverarsi o persino (in questo l’elemento profetico che avevo colto) potrebbe avverarsi è uno spazio, più ancora che un tempo, che tu lasci con felice sospensione al lettore. Nella mia analisi mi riferisco al tempo della narrazione, quello vissuto dal protagonista sulla pagina, più che alla sua infanzia e dunque al tempo dei padri, che mi pare più legato alla suggestione della Guerra Fredda. Nel tempo adulto di Garbo mi sembrava di scorgere quella notazione distopica e futuribile, con la quale ho annodato il tuo romanzo agli altri due.

 


Diverse ragioni mi hanno portato ad ambientare “Primo” in un futuro prossimo, alcune piccole piccole.
Ad esempio: Giacomo (il padre della famiglia Alfieri) ha rischiato di non nascere, perché i suoi genitori avevano programmato un aborto. Lui è un quarantenne, avevo quindi bisogno che la sua età anagrafica fosse compatibile con la data di introduzione della legge 194/78.
Ma la ragione più profonda è un’altra.Primoè ambientato in una città che si sta sgretolando, socialmente e materialmente (stanno proprio crollando i palazzi). Alla fine il momento è arrivato: stiamo andando a sbattere contro il muro che i profeti di sventura indicano da decenni.
Io non credo che sia così, non voglio essere profetico. Non ho uno sguardo unilateralmente negativo sulla mia razza e sul mio paese. Ci sono molte cose che andrebbero superate e tante altre che mi piacciono della società in cui vivo. Ma, a un certo punto, la voce degli indignati e dei disgustati e dei catastrofisti di questo mondo si è fatta così insistente che mi sono detto: basta! Volete sapere una cosa? Potreste anche avere ragione voi. La civiltà che abbiamo edificato potrebbe crollare. Il muro si avvicina e non stiamo rallentando, è capitato molte volte e capiterà ancora. E con ciò? Tutto ciò che per me è importate sopravvivrà alla catastrofe e gli uomini non smetteranno di essere le cerature ambigue e sorprendenti di cui sono innamorato.
Così ho trasportato la mia famiglia nel periodo in cui avviene questo crollo e ho scoperto che sono i bambini quelli forti abbastanza da afferrare per i capelli gli adulti e trascinarli dall’altra parte del guado; sono loro gli unici capaci di un investimento emotivo proiettato dietro la superficie scrostata delle cose. La naturale capacità di molti bambini di mescolare immagini e sensazioni, quel loro sguardo sensuale e colmo di stupore che non fa economie e si preoccupa poco degli intorbidamenti, gli consente di vedere possibilità diverse dalla decadenza e dalla corruzione e di sottrarsi alle dinamiche del fallimento necessario.
Nella figura e nel nome di Primo c’è un senso biblico, che mescola sacro e profano, in una visione prettamente realistica che non indulge a nessun senso religioso. Anche questa è una caratteristica del miracoloso dell’infanzia che mi sembra tu nascondi e mescoli nei bambini, personaggi del tuo romanzo. Primo è salvifico e Luca l’evangelista, nel senso di annunciatore della buona novella. Il rapporto tra i due fratelli illumina e rischiara il quadro di desolazione e di disgregazione, rendendo “Primo” un romanzo positivo e a suo modo ottimistico. Forse perché è un romanzo sulla forza dei sentimenti.

 


Parafrasando Igor (si dice Aigor) del film “Frankenstein Jr”: Distopia? Quale distopia?
Qualche giorno fa, mentre mangiavo un panino in un fastfood di un centro commerciale – luoghi ai quali ci siamo ormai abituati ma che rappresentano in modo implacabile ciò che siamo oggi – ho visto scorrere questa notizia su uno degli schermi che riempivano il locale: “Padoan: stagnazione secolare ipotesi non peregrina”. Era tra una notizia di cronaca nera e il risultato di una partita di calcio. Le implicazioni di questa affermazione sono devastanti per il modo nel quale è organizzata la nostra economia (e quindi il nostro mondo) ma nessuno ci ha fatto caso. Ecco, sono convinto che la fine del mondo – di questo mondo – sarà annunciata così, con un sottotitolo durante un reality o mentre è in onda una trasmissione di Fabio Fazio: senza alcun clamore. Nessuno se ne accorgerà, ma tra due o trecento anni gli storici riporteranno quella data precisa.
Venendo al libro, la mia idea era di usare una sorta di lente deformante che evidenziasse alcuni aspetti della società occidentale ai quali non facciamo più caso. La crisi economica esiste, la decadenza delle periferie è reale, la difficoltà delle famiglie di arrivare a fine mese, con i genitori che svolgono quegli stessi lavori che alla generazione precedente avevano consentito un certo benessere, appartengono al nostro tempo: non le ho inventate. Ma per renderle più comprensibili, per renderle più realistiche, ho dovuto creare una distanza che fornisse un punto di vista diverso (a ben guardare, la distopia assomiglia all’ironia, che è l’elemento fondamentale del romanzo occidentale). Il più grande autore distopico è senza dubbio Kafka: “Il processo” parla di un mondo che non esiste, eppure pochi scrittori sono riusciti a rappresentare il ventesimo secolo con la stessa lucidità e chiarezza.
Sulle profezie, chi scrive sperimenta spesso la sindrome di Cassandra: vedere il futuro, raccontarlo, e non essere creduti. Ma ho due figli che stanno crescendo adesso, in questi anni – la mia speranza è che tra vent’anni, prendendo in mano il mio libro, mi diranno: “Papà, ma davvero pensavi che sarebbe andata così male?”
La forte attrazione di “XXI secolo” è il senso del reale, la lucidità dello sguardo sullo squallore circostante, che rischia di diventare normalità. Ma c’è un bagliore, ed è l’amore, il coraggio di ergerlo a sentimento predominante, capace di essere salvifico, nel momento stesso in cui sarebbe facile farne ulteriore motivo di frustrazione e decadenza.
Più di tutti è “XXI secolo” a fare del tema dell’amore, della relazione tra un uomo e una donna un elemento decisivo della propria narrazione. Seguito da “L’angelo esposto” in cui il rapporto tra Nina e Garbo è uno dei punti focali della narrazione, in cui si intrecciano diverse e varie suggestioni e piani di lettura. Per finire a “Primo” in cui l’amore coniugale si è trasformato in cura e protezione, ulteriore tassello della fragilità con cui si presenta la realtà, e il tema dell’amore si apre a quello più vasto dei sentimenti, in cui le relazioni si declinano in varie accezioni, soprattutto quello filiale e fraterno.
La famiglia è un elemento presente in tutti e tre romanzi, con una valenza narrativa ma anche simbolica. Sia in assenza, come nel caso di “L’angelo esposto”, o come antagonista come è in “Primo”, o centrale e risolutiva come in “XXI secolo”.
Cosa ce ne facciamo della famiglia nel XXI secolo?
In tutti e tre i romanzi, mi ha colpito che il tema dell’amore sia intimamente e strettamente connesso con quello della morte. E ci sia in tutti e tre un tentativo orfico di strappare la propria “Euridice” dalle prigioni degli Inferi.
L’amore ci fa sentire più vicini alla morte, o ci preserva da essa?


Mi piace pensare alla famiglia come al luogo ideale in cui, malgrado tutto, ogni cosa assume senso. Parlo dellamiafamiglia, si capisce, ovvero della mia personale esperienza di individuo che a un certo punto – più o meno casualmente, più o meno rocambolescamente – si è trovato a spartire spazio e tempo con un’amante amata e alcuni bimbetti. Ma la famiglia può essere anche altro: conosco svariate persone che vivono legami molto meno convenzionali (piccole comunità di fraterni coinquilini, oppure compagnie teatrali in residenza artistica perpetua, tanto per citare due esempi) che si animano in dinamiche – pratiche e affettive – del tutto analoghe a quelle familiari. Può essere anche un inferno, ovvio, e anche qui di esempi da citare ne avrei a bizzeffe. Per quanto mi riguarda, però, posso dire che qui dentro, vale a dire nella tana che ci stiamo pian pianino costruendo, sto bene come un pesce nell’acqua. Almeno per il momento.
Rispondere alla seconda domanda è un po’ più complicato, le argomentazioni che avrei da offrire in merito al “problema morte” sono davvero moltissime. Fra l’altro io con la morte ci vivo, e non è solo un gioco di parole: da un paio d’anni lavoro come cerimoniere presso il Tempio Crematorio del Cimitero Monumentale di Torino. In pratica mi occupo di celebrare riti funebri (assolutamente laici, ci tengo a dirlo perché sono un ateo mangiapreti) presiedendo cerimonie di commiato svariate volte al giorno. È un lavoro insolito, parecchio complicato e soprattutto gravido di implicazioni psico emotive. Il costante confronto con l’altrui dolore e con una varietà impressionante di situazioni luttuose ha portato con sé due conseguenze rivoluzionarie: da una parte mi sono del tutto allontanato dal terrore di morire, sentimento che mi aveva tenuto compagnia per moltissimo tempo. Dall’altra ho iniziato a coltivare nuovi tipi di ansia, prima fra tutte quella di perdere una persona adorata. Venendo dunque alla tua domanda: ecco, credo che l’amore ci faccia vivere e respirare e che sia proprio questo il motivo per cui ci avvicina pericolosamente alla morte. La sola idea di perderlo, questo amore, il solo sospetto che da un momento all’altro possa non esserci più, ci fa sentire fino al midollo tutto l’insensato sapore del baratro.
Adesso mi accorgo che il tema della morte, così presente e onnipresente in “L’angelo esposto”, è uno dei cardini del fascino della tua narrazione. Una morte assolutamente integrata alla vita, che non spaventa né atterrisce, anche quando è inspiegabile. O forse proprio perché inspiegabile.

 


Giuditta! Hai tenuto le carte più pesanti per l’ultima mano? Mi dichiaro sconfitto. Domani entro in un universo parallelo in cui non esistono i pc e la connessione internet, per cui non riesco ad imbastire un’argomentazione esauriente.
Posso raccontarti una cosa, però. Stamattina, sulla strada per il mio lavoro, rimuginavo le parole di una possibile risposta per te. Stavo pensando che, in realtà, trovo molto poco interessante l’amore “romantico”, quello in cui due individui si eleggono, reciprocamente, come destinatari principali del proprio affetto. Non mi pare interessante perché, spesso, finisce per dar vita un sistema chiuso: è un modo per infilare un bel vestito ad un individualismo espanso. Le famiglie che nascono da amori così, generano sistemi altrettanto chiusi. Allarghiamo la cerchia del nostro naturale egocentrismo al nucleo familiare, ma la teniamo ben stretta.
Mi rendo conto che mi ritrovo di frequente a scrivere di rapporti difficili, spezzati, violenti, difettosi ma capaci di rifiutare questa chiusura, fatti di triangolazioni che lasciano aperta una sponda ad un rimbalzo all’esterno, fondati non sull’amore reciproco, ma sull’amore riflesso e restituito in modo obliquo.
Ebbene, ero immerso in questi pensieri, quando mi imbatto in una donna stesa sull’asfalto, accanto al proprio motorino. Mi fermo, parcheggio. Altre due persone si sono fermate con me: facciamo quello che si dovrebbe sempre fare. Rassicuriamo la donna, cerchiamo di farci un’idea sul suo stato di salute, la consoliamo, rimuoviamo il motorino dalla strada, chiamiamo la polizia, l’accompagniamo in ospedale. Devo essere onesto: non sempre, in circostanze simili, mi sono fermato. Lo donna non era sola, altre persone la stavano già soccorrendo. Credo sia merito dei pensieri che, per colpa tua, stavano girando nella mia testa se l’ho fatto. La tendenza a chiudermi dentro l’orizzonte stretto della mia famiglia agisce con forza in me. Eppure è impressionante quanto sia facile armarsi di una forza contraria: basta una sconosciuta che ti costringe a far circolare qualche parola nuova per la testa. Non è forse per questo che odiamo o amiamo i libri, ma continuiamo a considerarli importanti?
Meno male, Maurizio, che ti dichiaravi sconfitto! Hai imbastito una risposta con i fiocchi, pienamente narrativa! Grazie di tutto il tempo e goditi il tuo universo parallelo.

 


Alla sua commedia “I fisici” il grande autore Friedrich Dürrenmatt aggiunse in coda 21 punti che possono essere considerati il suo manifesto artistico. Il primo punto diceva: “Io non parto da una tesi, ma da una storia”. E’ un approccio che sento di condividere pienamente. La mia attenzione per la famiglia – quasi tutto quello che scrivo parla delle dinamiche di questa minuscola società – nasce da un motivo strettamente narrativo: credo che la famiglia abbia un potenziale pressoché infinito di generare storie da raccontare. In particolare, trovo che esista una contraddizione intrinseca, costitutiva, e insanabile, tra il desiderio, che genera la coppia, e la solidità che un progetto di così lungo respiro richiede. Le basi sulle quali si costruisce la famiglia non possono prescindere dall’attrazione fisica tra due persone – un tipo di sentimento sul quale nessuna persona sensata sarebbe disposto a fare affidamento. Ci si innamora di una ragazza di vent’anni per la fossetta che ha sul mento, e poi arrivano la casa, i figli e le speranze inevitabilmente tradite, gli impegni per il futuro, la quotidianità, l’economia, le tenerezze, la convivenza forzata, la soddisfazione di vedere un progetto che cresce e le divergenze su piccole e grandi cose…. Non è semplice. La famiglia è una pentola a pressione, un chilo di esplosivo vicino a una fiamma che va tenuta costantemente sotto controllo. Una fonte inesauribile di ispirazione per chi scrive, insomma.
Nel caso di “XXI secolo”, la famiglia assume una valenza più ampia: questa comunità in cui non esistono la proprietà privata e l’idea di profitto, dove lo scopo principale non è il presente, ma il futuro, finisce per essere l’unico antagonista al mondo contemporaneo, con il suo libero mercato, la spinta disperata al consumo qui e adesso, la perdita della dimensione affettiva e sociale. La famiglia patriarcale ha lasciato il posto alla famiglia borghese che ora sta passando il testimone a un nuovo tipo di famiglia – più egualitaria, forse più femminile, e tutta orientata ai figli. Per la prima volta nella storia, la famiglia non è più espressione del mondo in cui vive, ma la sua negazione. E credo che anche su questo aspetto ci sia molto da raccontare.
Sull’amore, Martin Amis, in “London fields”, dice qualcosa di simile a questo: “L’amore ha due contrari: l’odio e la morte”. Il primo, l’odio, interessa poco: è un sentimento grezzo, inconcludente, volgare, passeggero. Solo Amleto è riuscito a sublimarlo nella terribile figura di Iago. La morte, invece, attacca l’amore con una potenza devastante, e da questo scontro immane nasce la letteratura.
L’amore e la morte vanno necessariamente a braccetto. Adamo ed Eva si “vedono” nel momento in cui Dio introduce la morte: capiscono che l’unica arma, spuntata, che possono opporre alla propria fine è l’amore. Tolta la morte, l’amore non avrebbe più senso.
Qui bisogna prendere appunti, Paolo. Citazioni finissime.
Ultima domanda: Paolo Zardi e Maurizio Cotrona hanno scelto di raccontare in terza persona, anche se con una focalizzazione interna sui protagonisti, fissa su Gregorio in “XXI secolo” e più mossa in “Primo”, in cui forse la visuale privilegiata è quella del piccolo Luca e non solo del padre. Invece Ade Zeno preferisce il racconto in prima persona, ed è anche l’unico che parte dall’infanzia del protagonista, che si trova a fare i conti anche e soprattutto con il passato.
Cosa cercavate nel “narratore” e perché non era possibile (o era possibile?) scrivere i rispettivi romanzi in una persona diversa?


Non saprei dirti perché la scelta sia caduta sulla prima persona. Di sicuro avrei potuto provare con la terza, ma un buon esperimento sarebbe stato anche quello di azzardare una seconda, chissà. Con ogni probabilità la sorte ha seguito un iter piuttosto naturale, istintivo. Forse dovevo stare lì dentro con tutti e nove i miei sensi, e una terza persona avrebbe richiesto un distacco, una freddezza che non avrei saputo gestire a dovere. Se ti può interessare, comunque, il mio nuovo romanzo è scritto in terza. Si intitola Polifemo, parla di una compagnia teatrale di freaks che vagola nella Germania nazista, e quasi certamente non lo pubblicherà nessuno.

 


Quella della voce narrante è una questione centrale. Scrivere in prima o in terza persona, per la mia esperienza, sono due mestieri diversi. La prima persona costringe ad un lavoro mimetico: non devi usare le parole più precise per raccontare quello che stai raccontando, ma quelle che userebbe il tuo personaggio. In qualche modo ti dà il conforto di un “filtro” che riduce la quantità infinita della variazioni possibili con cui la lingua italiana può dire ogni cosa. Dover creare la lingua di un individuo, inoltre, aiuta ad infondere un’anima alla scrittura, che più facilmente risulterà personale e vitale. La terza persona, invece, ti mette in una posizione da brividi: quella di poter essere il creatore onnipotente e, allo stesso tempo, di non dover essere nessuno. Ecco, nello scrivere “Primo”, ho avvertito l’urgenza di “non dover essere nessuno”, di fare tutto il possibile per non inquinare la storia che vedevo nascere. Sfida persa in partenza, ovviamente.
P.S. Il titolo del romanzo su cui sto lavorando è “Figlio di Persefone”. Io e Zeno siamo di nuovo sulle stesse orme, mi sa. Non è che ci ritroveremo, tra qualche anno, a rifare questa intervista? Zardi, seguici.

 


La voce narrante è da sempre il mio cruccio. Passo mesi e mesi a cercarla: è come con le radio di una volta, con le loro manopole per cercare la frequenza giusta. Nel caso specifico di “XXI secolo”, inizialmente mi ero imposto di scriverlo con una voce che non sentivo mia. Arrivato a metà del libro, l’ho buttato e ho smesso di scrivere per mesi. Poi ho capito che le voci dovevano essere due, e che dovevano procedere insieme: da un lato, un narratore che parla del XXI secolo come se fosse già finito da un pezzo – uno storico del futuro, un Dio stanco del genere umano; dall’altro, una voce piazzata sopra la spalla del personaggio principale, con il quale condivide ogni sentimento. Con il passare dei capitoli, la seconda assume sempre più forza, fino a inglobare l’altra. E’ possibile che esistano altri modi di raccontare la stessa storia. Sono convinto, però, che ogni romanzo sia soprattutto la voce che ci sta dietro: cambiandola, il risultato sarebbe un altro romanzo.
Cavalco la sollecitazione di Maurizio Cotrona, e vi invito tutti e tre di nuovo su queste frequenze tra un paio d’anni per chiacchierare delle vostre nuove storie.

Chiacchierando con… Zardi, Zeno e Cotrona
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