Ero a Roma da anni, quando scoprii durante una passeggiata l’elefantino del Bernini: meraviglia e incanto.

Non sapevo che fosse un simbolo per i somali in Italia, o che tale l’avesse fatto diventare Igiaba Scego in una delle pagine più belle di “La mia casa è dove sono” (Rizzoli, 2010). Capitò che il libro lo leggessi dopo il mio allontanamento da Roma, e il tema dell’esilio mi fosse particolarmente vicino. Esilio sentimentale da Roma, città immensamente amata.

L’elefantino del Bernini è uno dei personaggi di “Adua” (Giunti, 2015), il nuovo romanzo della scrittrice italiana di origini somale. E non è il solo elemento che collega il nuovo con “La mia casa è dove sono”. Mi sembra, anzi, che Igiaba Scego abbia intrapreso dall’uno all’altro un cammino, sentimentale consapevole lucido, da una Somalia perduta come appare nelle pagine iniziali di “La mia casa è dove sono” al ritorno nella terra d’origine rappresentata da “Adua”, nel cui mezzo c’è la dittatura e la guerra che hanno insanguinato a lungo la terra africana. Un romanzo sulla casa come luogo dell’anima, che parte dal recupero di una casa reale che segna un possibile ritorno:

Laabo dhegah, significa due pietre in italiano. Uno strano nome per una casa, forse non tanto di buon auspicio. Ma non me la sentirei di cambiarlo ora. Non avrebbe proprio senso cambiarlo. Con quel nome è nata e con quel nome è destinata a esistere.

Anche i nomi hanno una loro importanza sentimentale e familiare nel romanzo. Più di tutti gli altri: Adua. Il nome della vittoria africana sull’imperialismo fascista, che sostituisce per la protagonista, per volontà del padre, il nome datole dalla madre, Habiba, che in arabo vuol dire amore. Adua è assetata d’amore, in continua tensione verso il suo nome originario, in cui è racchiusa la parabola della sua esistenza:

Habiba è un nome sporco, unto. È un nome plebeo, da prostituta. Mia figlia mica poteva avere un nome così banale, ti pare?

Ma tra l’anelito sentimentale del nome Habiba e la velleità del nome Adua c’è solo un’apparente dicotomia, perché in entrambe c’è l’ombra del fallimento e dell’insuccesso, che segnano il destino di Adua, nel vano tentativo di amore che può concretizzarsi solo come sentimento nostalgico e nel senso di vittoria e di successo, che sembra arridere alla ragazza e che invece è solo un’illusione seguita dalla tragica caduta in un baratro di disperazione.

Ognuno ha il suo cammino da seguire, i baratri dove precipitare.

Un ritorno in Somalia segnato dalla competenza storica che fa parte del bagaglio culturale e formativo della Scego, dalla sensibilità coltivata con l’impegno nelle battaglie per i diritti civili degli immigrati e per la riappropriazione di una memoria sul colonialismo italiano usurpata e rinnegata. Su questo ultimo tema “Adua” è in debito con “Roma negata”, scritto da Igiaba Scego con Rino Bianchi (Ediesse, 2014) come ricorda la stessa scrittrice nei ringraziamenti al nuovo romanzo.

(Qui la mia lettura di “Roma negata”)

Adua è una bellissima africana, illusa dalle luci del cinema e stuprata nella sua dignità di donna. Dopo un’infanzia serena, con una finta mamma, un rapporto complesso e contraddittorio con il padre, giunge in Italia, ingannata da un falso e indegno successo cinematografico. Il suo unico film è un oltraggio alla sua femminilità e alla sua origine. Adua è l’Africa, ghermita vilipesa dimenticata.

Ma Adua è anche il racconto di Zoppe, il padre della fanciulla, dal destino non facile, che gli ha incancrenito l’anima. Zoppe è un personaggio sfaccettato, odioso nelle vesti di genitore, urticante negli intermezzi, intitolati paternali, in cui la scrittrice gli cede la prima persona, ma vittima anche lui della Storia e dei suoi compromessi. Interprete del regime fascista, sarà prima imprigionato senza ragione e tenuto in condizioni inumane, poi liberato per svolgere le sue mansioni in Eritrea, accanto a un diplomatico italiano, nel momento cruciale in cui si prepara la guerra fascista contro l’Eritrea.

Igiaba Scego mescola i tempi narrativi, dal passato fascista, all’infanzia di Adua negli anni sessanta e poi alla sua giovinezza sfigurata in Italia, ai giorni nostri, con una Somalia in pace, dedita ai traffici e all’arricchimento.

Una scrittura piana, che sa trasmigrare dalla poesia, dei sentimenti e dei paesaggi, alla bruttura di scene drammatiche, al sogno e alle visioni che danno alla narrazione un tono epico e mitico.

“Adua” è un romanzo di tradimenti e di rinunce, di compromessi ignobili e sopraffazione, ma è anche la storia tenera e commossa di una ragazza alla ricerca di sé, che finisce per cadere nello stesso tranello del padre: la fiducia e la speranza che l’Italia possa essere terra accogliente e fraterna. Non è certo facile fare i conti né con la storia di Zoppe né con quella di Adua, né con quella di Emanuela, la bimba ebrea incontrata da Zoppe con il padre a Roma nel 1938, e neppure con quella di Titanic, il marito giovane che la vecchia Adua accoglie e salva da un destino di emarginazione e alcolismo di molti immigrati. Titanic andrà via dall’Italia, non in Svezia perché “non ha le carte”, ma in Germania  perché “Basta dire che in Italia ti trattano male e ti lasciano in Germania”. Ma anche per Adua forse si apre una nuova pagina di liberazione dalla schiavitù e dalla vergogna a cui sembrava destinata e in cui si era sentita intrappolata. A volte basta un gabbiano, con i suoi artigli rapaci. Solo alla fine del romanzo, in una scena di grande spessore visivo, si comprende appieno l’incipit del romanzo, nella sua cruda e nuda essenzialità:

 

Sono Adua, figlia di Zoppe.

Adua
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