Sono cosa? Sono chi?

Sono nera e italiana.

Ma sono anche somala e nera.

Allora sono afroitaliana? Italoafricana? Seconda generazione? Incerta generazione? Meel kale? Un fastidio? Negra saracena? Sporca negra?

Non è politicamente corretto chiamarla così, mormora qualcuno alla regia. Allora come mi chiameresti tu?

Ok, ho capito, tu diresti di colore. Politicamente corretto, dici. Io lo trovo umanamente insignificante. Quale colore di grazia? Nero? O piuttosto marroncino? Cannella o cioccolato? Caffè? Orzo in tazza piccola.

Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è mai. Alla fine sono solo la mia storia. Sono io e i miei piedi.

Sì, i miei piedi …

Commovente e intenso nella semplicità con cui racconta la profondità dei sentimenti senza mai scadere nel vittimismo e nel patetico. Incisivo e poetico sin dal titolo, La mia casa è dove sono, il breve romanzo di Igiaba Scego, pur essendo adatto a gusti adulti, si presta per la chiarezza della scrittura e la concretezza con cui viene trattato il tema del razzismo e dell’emarginazione ad essere una lettura formativa per i ragazzi (tanto che è stato scelto come libro per un concorso aperto agli studenti delle scuole superiori).

La Scego è nata in Italia nel 1974 da genitori somali. Il padre un ex ministro della Somalia è fuggito agli inizi della feroce dittatura di Barrie. Il romanzo è il racconto delle due città, di cui la scrittrice sente di far parte: la perduta Mogadiscio, dilaniata da una guerra lunga e sanguinosa, (tuttora in corso, chi ne parla?) e Roma, la città che l’ha vista nascere e in cui, a differenza dei suoi familiari, sono racchiusi e vissuti tutti i suoi ricordi. Ma in Roma c’è anche un po’ di Mogadiscio e il libro, che parte dalla richiesta del nipotino di disegnare una mappa della città africana di cui sente sempre parlare, si presenta come una mappa di Roma in cui ripercorrere attraverso i luoghi (la stazione Termini, l’Olimpico, Trastevere, Piazza della Minerva, etc.) non solo la vicenda biografica di Igiaba, la sua sofferenza di “diversa”, ma quella di tutti gli esuli somali che vivono a Roma.

L’elefantino del Bernini di piazza della Minerva è uno degli amici migliori che ho nella città di Roma. Per me quell’elefantino è somalo. Ha lo stesso sguardo degli esuli. E anche la stessa irriverenza. (…) Nel tempo ho scoperto che quell’elefantino ha lo stesso sguardo della mia mamma. Non può tornare, non può dissetare la sua angoscia. L’esule è una creatura a metà. Le radici sono state strappate, la vita è stata mutilata, la speranza è stata sventrata, il principio è stato separato, l’identità è stata spogliata. Sembra non esserci rimasto niente. Minacce, denti aguzzi, cattiveria.

Ma poi c’è un lampo. Quello che ti cambia la prospettiva. 

Lo stesso lampo ironico con cui la giovane Igiaba metterà finalmente a tacere per sempre l’insegnante di educazione fisica che per anni chiede all’alunna con una battuta della sua “abbronzatura”. Sono pagine struggenti per l’icasticità con cui raccontano le difficoltà dell’integrazione, pagine sottili in cui la scrittrice non alza i toni, non urla, ma con un bisturi affilato ci mette come italiani dinnanzi ai nostri pregiudizi, feroci e crudeli nella loro banalità. Come insegnante sono inorridita leggendo l’episodio di puro, sadico, stupido e per questo ancora più crudele razzismo di una persona che dovrebbe formare i giovani e che invece rafforza il senso di non appartenenza. L’ironia, direi geniale, con cui la ragazzina Igiaba risolve la boutade è di una maturità e razionalità che lascia sbigottiti, ma con un sapore ancora più acre in bocca.

La felicità del libro è nella pacatezza dei toni, nella logicità delle accuse, nella razionalità con cui vengono additati gli errori tanto del nostro passato di colonizzatori di parte dell’Africa, quanto del nostro presente di atavici pregiudizi. Senza polemiche sterili, per il gusto puro e semplice di porsi come vittima, ma piuttosto per il desiderio che certe conquiste di apertura agli altri siano definitive, per il bisogno che di certe colpe si faccia ammenda con un’analisi storica adeguata e risolutrice.

Oggi in quel posto non c’è niente. C’è il nulla. (…) Piazza di Porta Capena a Roma non è tra le piazze più conosciute della città. (…) Al centro di questa piazza non molto tempo fa c’era una stele. Ora è stata restituita ai legittimi proprietari. Veniva da lontano questo monumento, da quella Etiopia che Benito Mussolini aveva cercato, negli anni Trenta del secolo scorso, di piegare con la sua tracotanza italica. La stele, conosciuta come stele di Axum, si ergeva maestosa al centro della piazza, dove era stata collocata, come bottino di guerra, il 28 ottobre del 1937. Ma la stele non era felice di stare dove stava. Gli italiani l’avevano strappata alla sua terra. L’avevano stuprata, l’avevano rinchiusa. Era di fatto una prigioniera politica. (…)

Il 7 novembre di quel 2002 la stele fu smontata da piazza di Porta Capena. Naturalmente questo aumentò il volume delle polemiche. Però la stele ce l’ha fatta. È tornata a casa sua. E noi? Cosa abbiamo fatto per colmare il vuoto della piazza?

Il vuoto è colpevole, il vuoto mi sembra carico di odio. Ma si può trasformare l’odio? In amore magari? O anche solo in consapevolezza? (…)

Ogni volta che passo da piazza di Porta Capena ho paura dell’oblio. In quella piazza c’era una stele, ora non c’è niente. Sarebbe bello un giorno avere un monumento per le vittime del colonialismo italiano. Qualcosa che ricordi che la storia dell’Africa orientale e dell’Italia sono intrecciate.

Splendida la figura della madre, a cui è legato il periodo più difficile e doloroso della scrittrice. La sua bulimia come risposta all’assenza materna, partita per Mogadiscio e rimasta bloccata nella città per l’infuriare selvaggio della guerra, senza poter dare per due anni notizia di sé ai familiari. La figura materna rappresenta il legame indissolubile con le radici somale, il desiderio di continuare a sentirsi orgogliosamente parte di una patria ferita e umiliata, ma che continua a vivere in ciascuno dei suoi figli e nella loro volontà di continuare a mantenere vitali le sue tradizioni e i suoi riti. Riti che non vengono accettati passivamente per un ossequio futile al passato, ma che vengono rivissuti e ricomposti con passione e ragione. La madre di Igiaba rifiuterà per la figlia l’infibulazione, perché rito non codificato dalla religiosità, ma solo dalla prassi.

Noi italiani siamo certamente dimentichi del nostro passato coloniale e delle colpe di cui ci siamo macchiati. Questo libro mi ha portato a riflettere che dovrebbe partire proprio dagli insegnanti la volontà di sensibilizzare gli alunni al tema del colonialismo, come male nostrano e non di potenze straniere. Forse troppo spesso, vista l’esiguità e l’incoerenza della campagna d’Africa, siamo portati a minimizzare le sue conseguenze, che invece sono state tali per cui occorre riflettere e analizzare, passando la staffetta della consapevole conoscenza alle generazioni più giovani. Probabilmente senza questa preventiva ammissione collettiva di responsabilità non potremmo mai diventare la nazione multietnica e civile, soprattutto nei confronti dei popoli africani, che la posizione geografica della nostra terra in un certo senso ci impone. Il bel libro di Igiaba Scego rende più facile e produttivo questo cammino.

La mia casa è dove sono
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