Anche io, come forse tutti i ragazzi tra i dieci e i quindici anni, un giorno decisi di scappare di casa, come polemica aggressiva nei confronti di qualche divieto dei miei genitori, ormai perso nei cassetti della memoria. Cercai asilo da una zia, a pochi metri da casa, sperando vanamente nella sua complicità. Non accade questo ai ragazzi di Eravamo bambini abbastanza di Carola Susani (Minimumfax 2012). Se per alcuni come Leonid l’allontanamento da casa è stato quasi una scelta volontaria, per tutti gli altri, con maggiore o minore rassegnazione, si è trattato di un rapimento, organizzato e studiato da un enigmatico e misterioso personaggio, probabilmente dell’Est europeo, che i ragazzi chiamano Raptor. Un pifferaio magico, che incatena i ragazzi a sé senza catene, che li trattiene con una forza carismatica difficile da definire e da spiegare per la stessa autrice:

Perché tornavamo? Perché non siamo scappati? In quel momento avrei detto che non ne avevo il coraggio, temevo che Alex non mi avrebbe seguito, non volevo mettere nei guai Tania e forse neanche Ana. Ma la verità è che stavo bene. Ormai ci voleva un amore più forte, o semplicemente una forza più forte, per portarmi via. Mi ero abituato. Se allora qualcuno mi avesse detto: ormai stai bene con il Raptor, avrei negato, mi sarei ribellato. Scoprire che c’era voluto così poco, pochi giorni, per dimenticare mia madre, mio padre, il bambino che ero stato, mi avrebbe fatto paura. Ma quella notte, mentre correvo non ci pensavo, sentivo l’aria sulla faccia, con la coda dell’occhio guardavo Alex che correva.

L’io narrante è Manuel, un bambino italiano, sottratto dal Raptor e dalla banda di minorenni in un parcheggio di un supermercato in un punto imprecisato del settentrione italiano. Attraverso i suoi occhi, viviamo questa avventura picaresca e di formazione, in un’ottica del tutto nuova e straordinaria. Le storie degli altri bambini del seguito sono raccontate da uno di loro, Alex che come un contemporaneo aedo, la sera, lenisce il freddo e la solitudine dei compagni, raccontando le storie di ciascuno, in una mescolanza tra finzione e realtà, che non consente al lettore come agli stessi ascoltatori bambini di conoscere il discrimine tra l’invenzione del piccolo narratore e la verità dei fatti. Sono esistenze legate alla storia politica ed economica dell’Europa orientale: dalla caduta dell’impero sovietico, all’indipendenza della Slovenia, alle condizioni di povertà e annullamento economico seguiti ai grandi rivolgimenti degli anni novanta in Bielorussia, Romania, Ucraina, Polonia. Solo Manuel è italiano, e studiata appare la circostanza che sia sua la visuale con la quale noi lettori osserviamo e comprendiamo le dinamiche del gruppo, l’insolita personalità del Raptor che adombra le paure e le angosce di ogni genitore. Forse che con la figura di Manuel Carola Susani vuole farci riflettere che non ci sono solo i nostri figli, ma anche quelli di una fetta sofferente e tragica della nostra Europa che corrono dei rischi, che scompaiono dall’oggi al domani, spinti e sospinti da difficoltà di ogni genere?

Alex diceva che il primo ad andare via col Raptor era stato Leonid, rapito a Leopoli. Poi Tania in Bielorussia. Catardzina, presa nell’est della Polonia. Poi lui, mentre era in viaggio dall’Italia all’Ucraina. Ana in Romania. Il sesto è stato Dragan, rapito alla periferia di Belgrado. Ma Dragan è morto. Settimo è stato Filip che è sloveno. L’ultimo sono stato io.

C’è anche la morte nel romanzo come in ogni romanzo di formazione che si rispetti: la morte di un coetaneo, che lascia interdetti e perplessi e che mette i ragazzi di fronte al mistero della vita e alla consapevolezza del limite posto alla onnipotenza che è nota dominante dell’essere bambini.

La ragione dei rapimenti rimane avvolta nel mistero, forse perchè possa sovrapporsi ad una paura ancestrale e archetipa: l’orco nero che rapisce i bambini e li porta via con sé. Il Raptor è una figura ambigua, volutamente enigmatica, di cui non si riescono a capire neanche i dati anagrafici, dall’età alla provenienza, alla figura.

Eravamo bambini abbastanza è un libro duro e difficile sull’adolescenza, sul rapporto tra figli e genitori, sul percorso di formazione, sulle dinamiche di gruppo, sulla crudeltà e la malvagità che dettano i rapporti umani e le regole della convivenza. Ma nello stesso tempo un indiretto e incisivo spaccato oltre la cortina di ferro, che forse non esiste più, ma che crea squilibri e disparità che hanno un peso sulle nuove generazioni.

Leggendo il libro della Susani non ho potuto che ripensare a Malacrianza di Greco, profondamente diverso per stile e struttura narrativa, ma con lo stesso coraggioso sguardo su un’adolescenza umiliata e violentata. Se Greco colpisce con immagini in cui l’orrore e la violenza la fanno da padrona, in cui la condanna e l’accusa dell’adulto è chiara e sbandierata, Carola Susani usa un approccio diametralmente opposto. Non mancano scene di una certa durezza, la violenza, la paura, ma tutto viene ricomposto e come razionalizzato in una prosa scarna e tagliente, ma mai provocatoria e polemica. Uno stile che più che raccontare e descrivere, vuole scavare e scandagliare, scendere nelle pieghe della psicologia degli adolescenti, analizzare senza la supponenza di spiegare gli inesplicabili meandri della psiche umana, in un’età contraddittoria come quella dei protagonisti del romanzo. Il lettore si inoltra nel racconto con un sottofondo di incredulità, che la Susani con intelligenza cavalca nella figura di Alex, che racconta e inventa, e con l’incapacità di piena comprensione che la scrittrice compendia nella voce di Manuel, resa con profonda immedesimazione. L’incapacità di spiegare i meccanismi di certi atteggiamenti in Manuel, negli altri bambini, nello stesso Raptor, la cui fine è allusa più che motivata, spingono il lettore ad interrogarsi e a riflettere, lasciando che gli interrogativi si sedimentino e prendano corpo, e nella mancanza di risposte chiariscano il senso profondo di un’età di passaggio come è quella che si tenda di descrivere in maniera originale e insolita.

Le premesse di questa sfida che la Susani ingaggia con i suoi lettori sono chiarite dall’inizio e creano uno scarto fondamentale per addentrarsi nel racconto:

Sono passati pochi anni dalla fine di tutto, sembra un millennio. Questa storia, quello che abbiamo passato con il Raptor, è lontanissima, come se non ci fosse mai stata, come se fosse capitata a un altro oppure in un’altra dimensione. Durante il giorno me ne ricordo come un sogno. E sto tranquillo: ho dodici anni, una famiglia che ci tiene, vado bene a scuola, tutti mi guardano come uno che si è salvato per miracolo, uno che è tornato da un posto peggiore della morte. Ma certe volte mi sveglio di notte e non riconosco la stanza, corro spaventato nella camera dei miei genitori, li guardo mentre dormono e non capisco che ci faccio qui. In quelle notti per un momento mi viene in mente che la vita vera era quella, la nostra con il Raptor, e che questa – la scuola, i genitori, i regali di compleanno, la piscina – è come un giro di giostra, un esercizio finto che non allena a niente.

Eravamo bambini abbastanza
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