Con le rane e il loro gracidare ho una certa familiarità e confidenza. Durante l’adolescenza ho vissuto in una villetta nella campagna di un remoto paesino campano denominata “pantano”. Per fortuna non lo era più, un pantano, ma le amiche ranocchie c’erano eccome e allietavano con il loro canto l’arrivo delle vacanze estive.

Mi ha sempre affascinata il loro chiacchiericcio sonoro, come si interrompessero a vicenda e talvolta lasciassero che una sproloquiasse più a lungo delle altre. Non mancavano momenti in cui erano irritanti, ma se poi la smettevano, mi sentivo invasa da una forte nostalgia e capivo che ormai mi ero affezionata a quel loro modo stonato di cantarmi la ninna nanna.

Senti le rane

Non credo che il titolo “Senti le rane” (Nottetempo, 2015) abbia un riferimento al modo, quasi umano, che le rane hanno di gracidare come se si stessero raccontando una loro particolare epopea, anzi lo so per certo, perché il riferimento è chiaro ad un momento culminante della storia di Zuckermann. Eppure per me lo sproloquiare di Gerasim e Sogliani in “Senti le rane”, pieno di digressioni, di voli pindarici, di tirate polemiche, di precisazioni linguistiche (godibilissime!) e di interlocuzioni spiritose ai lettori, è stato subito associato al gracidare delle rane, per il ritmo tamburellante, le pause discontinue, le tirate momentanee.

Paolo Colagrande ha scritto un libro scoppiettante. Non solo perché c’è una vecchio fucile, o per dirla con precisione una Spingarda, che a un certo punto si mette a sparare colpi su colpi, che senza colpire nessuno, fanno rimanere tutti secchi, tra lo stupore divertito del lettore che a quel punto della storia proprio non si aspettava un simile epilogo. Ma soprattutto perché il brio della scrittura, sia a livello linguistico con un lessico forbito e a tratti desueto, impastato di mondo rurale nelle metafore e nella scelta dei vocaboli, sia a livello strutturale con continui rimandi al lettore, interruzioni del filone principale della storia, che è la vicenda di Zuckermann, ebreo convertito al cattolicesimo, divenuto parroco di Zobolo Santaurelio Riviera (un’esilarante Macondo italiana di provincia), condita con le canzonature reciproche dei due amici, Gerasim e Sogliani, alle prese con il racconto della biografia di Zuckermann, appassiona e tormenta il lettore, come appunto il gracidare delle rane, mia insostituibile colonna sonora nelle notti estive dell’adolescenza.

C’è di tutto in “Senti le rane”, in forma parodistica e parossistica, dalla letteratura al cinema, e Gerasim e Sogliani ne hanno una per tutti, compilando una lunghissima, divertente, straniata lista di categorie da mettere al bando.

Eppure sotto tutto questo divertimento, in uno sfoggio brillante di erudizione che non diventa mai accademica perché impiastricciata con la cultura popolare di cui è portavoce Sogliani e con lo sguardo burlesco di Gerasim, si scopre che un filo abbastanza spesso di verità, immanenti e trascendenti, sono intessute nel ricamo narrativo.

Se ogni tanto, come lo stesso Sogliani, e come il mio io adolescente infastidita dal gracidar delle rane, avrei voluto stoppare le infinite elucubrazioni di Gerasim per arrivare allo snodo della vicenda di Zuckermann e comprendere come da parroco in onore di santità, venerato dai suoi parrocchiani, fosse giunto incattivito e immalinconito a formare un improbabile trio con i due fannulloni chiacchieroni, poi invece mi sono ritrovata invischiata e irretita da questa storia semi-seria in cui il motteggio e la beffa sono numerosi per i personaggi e per il lettore, ma poi quest’ultimo viene colpito e come fulminato da uno scoppiettare di riflessioni serie e puntute, da rileggere e meditare.

Sull’argomento della tautologia però Sogliani si è alzato dalla sedia con la mossa esplicita di andare a casa, che sarebbe un’altra delle sue sceneggiate per esprimere sempre la stessa critica; nel caso specifico sostiene Sogliani che sarebbe ora che mi scantassi a spiegar le cose perché è un quarto d’ora che siam fissi su Zuckermann nascosto sotto al sambuco a prendere una ramata d’acqua, e dice che ormai la pioggia se la sente addosso anche lui e ancora un po’ che mi ascolta gli viene il mal di gola. Cito l’obiezione di Sogliani solo a conferma che quel qualcosa che ha visto Zuckermann e che associato alla discesa della Romana dalla corriera fa tornare il conto facile come dentro una tautologia, può suscitare curiosità anche a un ignorante come Sogliani.

Son poi obiezioni aride, di uno che pretende la meta senza viaggio, l’approdo senza navigazione, la riva senza il guado, insomma di uno che vive soffocato nell’impazienza, che non è un bel vivere e mi spiace per lui, bisogna spiegarglielo un giorno o l’altro che non è un bel vivere, perché invece la navigazione è densa di avventura, scenari variabili, scirocchi e grecali, tramontane e libecci, maestrali, alisei, aurore e imbruniri, correnti e moti ondosi, maree alte o basse e anche maree nere con naufragi, disastri, ecodisastri, quel tutto totale che è poi solo un pezzo del viaggio della vita, e continuando così Sogliani si perde il meglio, glielo si dice per il suo bene.

Senti le rane