“Voi non siete i partigiani!”, gridò Colnaghi alzandosi di scatto, e Meraviglia si chinò d’istinto piegando la testa. “Ha capito? Mi ha capito? Non siete i partigiani!”.

Il magistrato Colnaghi, protagonista di Morte di un uomo felice (Sellerio, 2014), il romanzo con il quale Giorgio Fontana ha vinto il Premio Campiello 2014, perde la pazienza con il brigatista appena arrestato, in un colloquio personale da lui richiesto e che rende la sua figura composita, problematica ed eminentemente umana.

Più lavoro sulla lotta armata, e più sento che devo capire perchè lo fanno, questi ragazzi. Indagarne le ragioni.

Morte di un uomo felice

Figlio di un eroe partigiano, di cui ha potuto solo immaginare e ricostruire indirettamente la storia e la fine, porta dentro di sé il vuoto di un bambino cresciuto senza padre,

Che bambino sarebbe stato, con a fianco suo padre?

E l’infelicità dell’adulto di non poter sapere se il padre sarebbe stato fiero di lui, se avrebbe capito che in tempi e circostanze dissimili, ma ugualmente difficili e tristi, condividono gli stessi ideali

sognando un sistema che consentisse a tutti di avere una vita felice.

Per riappropriarsi di un padre, così dolorosamente presente nella sua vita, su cui

aveva smesso da vent’anni di fare domande alla madre e ai vecchi del paese, perché si era accorto che nessuno gli poteva restituire quanto cercava: un uomo cui mostrare cos’era diventato.

frequenta un bar della periferia milanese

dove sarebbe andato suo padre, per quanto si sentisse un po’ fuori luogo.

Accanto a Colnaghi fin dai tempi della giovinezza, Mario con una storia che

era triste, ma anche bella, e questo era un problema.

Il divorzio di Mario non aveva infranto la solidità della loro amicizia, ma Giacomo Colnaghi da fervente cattolico non può considerarla una scelta giusta.

Fontana ritrae una figura molto complessa, solare spiritosa, profonda e malinconica. Dall’umanità dirompente e dotata di profonda lucidità di intenti e intenzioni.

Colnaghi non ha nessuna somiglianza con Roberto Doni, che ritorna dal precedente romanzo Per legge superiore in cui è un magistrato a fine carriera, nelle vesti di un collega, divenuto amico. In effetti i due romanzi sono strettamente legati nella tematica e nella capacità di approfondimento di un tema complicato come quello del senso della giustizia.

Per legge superiore

In “Morte di un uomo felice” il valore della giustizia è coniugato con quello della vendetta. Una prima volta nella scena che apre il romanzo e che fa riferimento alla morte di Vissani, un politico della Democrazia cristiana milanese, ucciso da una cellula scissionista delle Br nel 1981. Il caso è affidato a Colnaghi che partecipa, con il suo senso del decoro e il suo spirito atto alla comprensione, alla commemorazione della vittima. É il figlio del dottor Vissani, un ragazzo di quindici anni, a chiedere vendetta per la morte del padre, ed è a lui e a tutti i presenti che Colnaghi dichiara con pacata partecipazione che

la vendetta è uno strumento inutile; in primo luogo per voi stessi.

Ancora Colnaghi si soffermerà sul concetto nel confronto, serrato e appassionato, con Meraviglia, il brigatista arrestato per l’uccisione di Vissani

Questa è solo vendetta, e non cambia le cose, vi fa semplicemente sentire meglio.

È la replica del magistrato di fronte alla posizione di Meraviglia sulla morte di persone qualunque, cadute sotto il mirino spietato del delirio brigatista

Meraviglia si limitò a fare una smorfia schifata e scuotere la testa: “Se facevano quel lavoro significa che avevano scelto di difendere lo stato di cose: dunque erano corresponsabili. Mi dispiace per loro come esseri umani anche se so che non mi crederà. Ma questa è una guerra, e in ogni guerra si sceglie da che parte stare. Noi abbiamo scelto quella degli umili. E ogni padrone che cade ripaga il dolore di migliaia di poveri cristi innocenti, di migliaia di disoccupati, di migliaia di persone che fanno la fame. Dà loro la speranza che qualcosa cambi. Che non sono soli.”

Fontana scrive pagine che segnano e che rendono il suo romanzo imprescindibile. Non c’è giudizio, nessuna valutazione morale, se non la necessità di fare chiarezza nel contraddittorio e senza semplificazioni.

Già questo sarebbe un obiettivo considerevole e consistente, ma a Fontana non basta. Ed eccolo tirare una linea marcata e spessa tra la Resistenza e i partigiani e gli anni del Terrorismo, con magistrati e brigatisti.

Le pagine dedicate a Colnaghi si alternano con quelle che vedono protagonista il padre, eroe e vittima della Resistenza partigiana nel saronnese, in cui si ritraggono con ricchezza emotiva gli ideali e i propositi di tempi bui

in cui i padri e i figli si mettevano in guerra. Tempi brutti, si disse. Tempi orrendi.

Non lo furono anche quelli di piombo?

Per tracciare una contiguità tra i due momenti, Fontana sceglie la via più impervia che è quella sentimentale del rapporto, mancato, tra un padre e un figlio, dell’intrecciarsi capriccioso del destino che li vuole entrambi eroi e vittime del proprio tempo.

Se solo avesse potuto spiegare a sua madre, a chiunque, cosa significava voler conoscere la verità. Contribuire anche minimamente a creare un ordine giusto. Se solo avesse trovato le parole per dirle che questo non dipendeva da un astratto dovere ma da un bisogno fisico, che gli veniva dalle viscere, un po’ come innamorarsi o desiderare un bel piatto di pasta: e che ogni ripensamento e timore erano lampi momentanei: perchè solo così era felice. E di certo sapeva quanto potesse pesare questa scelta sugli altri. Errori ed eccezioni, no?

A volte pensava al destino di suo padre e a come certe buie trame potessero realizzarsi anche nella sua vita. Credeva di vedere il corpo di quell’uomo morto come tutti i corpi degli uomini morti per un bene più grande, eppure nonostante la paura – che c’era, ed era tanta – questa fila di cadaveri non gli indicava di abbandonare la via, bensì di proseguirla.

Se riesce a superare (e vi assicuro che riesce) le asperità che una tale ardua scelta presenta, Fontana lo deve alla sua scrittura, severa controllata mai spavalda, ma sempre lucida, lo deve alla capacità di analisi senza infingimenti, alla maestria di creare figure complesse e di ricamarne le sfumature umane, lo deve alla costanza e alla consapevolezza dello stile. Lo deve soprattutto alla sua solida preparazione, all’amore per la ricerca, alla passione per lo scrivere.

Applaudo con convinzione, ma soprattutto con commozione, come non mi capitava da tempo, alla sua voce e alla sua piena, raggiunta maturità.

La mia lettura di Per legge superiore

Morte di un uomo felice
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