Di solito dei libri per bambini lascio che a parlare siano le mie figlie, con le loro reazioni ed emozioni. Non questa volta. Perché il libro di Chiara Mezzalama, Un posto per me(Edizioni Estemporanee, 2013) è un invito ai genitori a mettersi accanto ai propri figli ed entrare in sintonia con loro. Una provocazione a come siamo capaci, come guide autoriali, di metterci in gioco su temi toccanti e difficili. Una sfida per me affettivamente molto sentita per la stima e l’amicizia che mi legano a Chiara Mezzalama. Se è una persona cara a metterti alla prova, essa acquista un plusvalore di riferimenti e di intenzioni, toccando corde diverse e variegate.

La lettura di Un posto per me è stato un percorso, pungolante e pungente, nel mio essere madre e donna, amica e lettrice.

Un posto per me si occupa di maternità surrogata e lo fa scegliendo l’ottica della bambina nata da tale pratica. Chiara Mezzalama sa usare toni lievi come il tintinnare dei braccialetti della madre in affitto che è rimasto nell’anima della piccola e a cui non sa dare un significato di appartenenza. Ho sentito anche nel mio cuore risuonare tanti campanellini, pieni di partecipazione, nello spiegare alle mie figlie cosa può voler dire per una donna quel buco grigio che sente dentro di sé e che non riesce a colmare. Certe storie ti appartengono non perché le condividi a livello esperienziale ma perché toccano la sensibilità più profonda, affondano pienamente nella tua femminilità e amplificano il legame ancestrale che lega una madre alla propria figlia. É vero, ho letto il racconto di Un posto per me in chiave molto femminile, sottolineata nel testo, quando la piccola afferma che con il padre è stato più semplice far scattare il riconoscimento, perché non è tale ma un semplice conoscersi. Odori sapori sensazioni che solo la maternità custodisce e alimenta, mentre la paternità crea e costruisce in un secondo tempo.

Chiara Mezzalama in un Posto per me coniuga in pieno le sue due anime, quella di scrittrice dalla lieve sensibilità e quella di psicoterapeuta che sa sollevare i veli più leggeri e trasparenti dell’anima. Il libro, quindi, seppure abbia come tema l’utero in affitto, sa essere un canto alla maternità, in ogni sua piega e valenza.

Le immagini di Aline Cantono sanno glossare le parole e veicolare le sensazioni. In ogni pagina un cuore, come filo conduttore delle illustrazioni, perchéUn posto per me rimane un libro sull’amore, quello più grande, l’amore materno, che non può essere limitato neanche dalle contingenze. Non sarebbe stato facile leggere il testo con Giuseppina di 6 anni, se non ci fossero state le immagini a dare una veste alle parole. Al contrario per Nuccia, di 9 anni, l’ariosità e fantasia della matita di Cantono hanno sbalzato le parole, le hanno diluite nella pagina, concedendo a lei, piccola lettrice incallita ed esperta, di soffermarsi a osservare e riflettere.

Dopo la lettura, nell’atmosfera calda e tiepida che il libro sa costruire intorno al lettore, ci siamo abbandonate al gioco dei ricordi, alle sensazioni che le bimbe pensavano di avere dei loro nove mesi amniotici. Perché le letture di spessore si stemperano nella serenità del proprio vissuto.

Un posto per me crea un pizzicore all’ombelico, nella strenua necessità di riannodare un cordone affettivo ed emozionale che è il vero, imprescindibile legame suggello della maternità.

Un posto per me