Ci sono libri e scritture che ci accompagnano in momenti particolari e impegnativi della nostra vita. È quello che a me è accaduto con l’opera di Mariolina Venezia.

Circa tre anni fa mi sono trasferita da Roma a Potenza. In questo doloroso distacco da una città che ho amato e amo come profondamente mia, incontro a una città sconosciuta nella sua topografia, ma con la quale il mio paese d’origine, Teggiano, per amministrazione campano, ma culturalmente lucano, condivide tradizioni e coloriture dialettali, Mille anni che sto qui, il romanzo storico con il quale Venezia ha vinto il Premio Campiello nel 2007, mi è valso come viatico e mappa, impreziosito dall’essere il consiglio di lettura di una carissima amica, oggi parte di questo sito. Non solo, Come piante tra i sassi (Einaudi, 2009) regalo di una delle amiche più care, non a caso anche lei presente in Tempoxme, mi ha accompagnato in questi anni e in un certo senso aiutato a crearmi una sorta di nuova identità, perlomeno letteraria. Ancora Da dove viene il vento (Einaudi, 2011; di cui ho parlato QUI) è pubblicato durante il mio primo anno potentino e la presentazione tenuta in città dalla Venezia è stata il primo appuntamento letterario a cui ho partecipato.

Vedere il nuovo romanzo di Mariolina Venezia in libreria, Maltempo (Einaudi, 2013), in cui incontrare di nuovo il sostituto procuratore di Matera, Imma Tataranni e con lei sorridere delle idiosincrasie dei lucani, della provincia, ma anche indignarsi di un malcostume interamente italiano, mi ha spinto a cercare un collegamento più diretto e a invitarla a un confronto più immediato.

Da questa spinta una telefonata letteraria, in cui chiedere a Mariolina Venezia stravaganze e stranezze della sua protagonista, curiosità e dettagli del suo metodo di scrittura.

Chiarisco subito che non essendo una giornalista, non ho pensato di registrare la mia conversazione telefonica con Venezia. Questa che leggerete è la trascrizione dei miei appunti, presi durante la telefonata, suscettibili dunque della mia interpretazione e valutazione delle parole, sempre interessanti e illuminanti, della scrittrice, in cui forse a differenza del Chiacchierando non si evince l’emozione di confrontarmi con una delle penne che più mi entusiasmano nel panorama della letteratura contemporanea italiana e quindi mi preme sottolinearla a priori.

 

Per me lettrice il ritorno in libreria di Imma Tataranni, già protagonista di Come piante tra i sassi con cui Mariolina Venezia si cimenta egregiamente nel genere giallo, giunge inatteso e inaspettato. Con Maltempo, nuovamente in bilico sui tacchi dodici, ritorna a far tremare la Procura di Matera con le sue scenate e i cambiamenti repentini di umore.

 

La prima domanda non può che riguardare la motivazione che l’ha spinta a tornare sul personaggio della magistrata e a concederle una nuova avventura.

Mariolina Venezia confessa che sin da subito per raccontare il personaggio di Imma Tataranni si era resa conto che non bastava un solo romanzo e aveva pensato al respiro più largo della trilogia per poter dare spazio all’esuberanza della sua protagonista, che ha tante opinioni da condividere con i lettori e ancora tante cose da dire.

Per la felicità di noi lettori, siamo solo alla seconda tappa della vicenda della magistrata e potremo ancora accompagnarci ai suoi passi in un’altra delle sue imprese.

Mariolina Venezia mostra una grande attenzione per la sua terra. Non vi abita da tempo, ma sembra che non se ne sia mai andata. In effetti lei stessa ammette di godere di una posizione privilegiata, perché può parlare della Basilicata da due ottiche diverse. Una interna, essendo nata lì, avendo una famiglia lucana e quindi avendo respirato la cultura del luogo, ma anche una esterna, essendo andata via, che la porta a cogliere alcuni aspetti che potrebbero sfuggire a chi è rimasto sul territorio. Per esempio nell’ultimo romanzo si racconta come si diano le indicazioni, perfettamente intraducibili per qualcuno che non è del luogo, perché legate a un paesaggio interiore più che a una visione geografica concreta. Come se chi è nato lì si orientasse nel tempo più che nello spazio. Un senso di appartenza ai luoghi in cui si ritrovano non solo i lucani, ma anche gli abruzzesi, i campani, insomma tutti coloro che sono nati e rimasti a vivere in un determinato luogo.

La vedete quella strada che sale? Costeggiate la villa, arriverete nella piazzetta dell’orologio. Oltrepassate la porta che va al paese vecchio e salite fino alla chiesa madre. Proprio di fronte c’è una casa. Dovete andare da là sopra.”

È dove faceva le proiezioni Tarzan”.

Quelle mute in bianco e nero. Non potete sbagliare”.

Come no. Si incamminò.

Sono queste le indicazioni che la Tataranni deve accettare, quando si reca a Salandra per interrogare la Santarcangelo che si rivelerà una masciara, una delle ultime, figura tipicamente e folcloristicamente lucana. Poco oltre, il commento su questo modo quantomeno originale di fornire le indicazioni, in cui l’ottica della magistrata indirettamente coincide con quella della scrittrice, in un perfetto gioco prospettico:

In cima al paese come faceva un povero cristo a indovinare in che punto, non meno di cinquant’anni prima, faceva le proiezioni Tarzan?

Ma se chiedevi un’indicazione, al novanta per cento rispondevano una cosa del tipo: vai al mulino sociale, gira prima del serbatoio, oltrepassa la chiesa caduta, tutti edifici che non esistevano più da decenni e loro stessi a volte conoscevano solo per sentito dire. Come se il vero paese dove abitavano non fosse quello che tutti avevano sotto gli occhi, ma un altro, invisibile, fatto solo di ricordi. E tu se non eri nato lì, non ci avevi passato l’infanzia o non eri di quelli che riescono a vedere i fantasmi, ti attaccavi al tram.

 

Tra gli esempi ancora Venezia elenca la mania di telefonare quando si viaggia, che risponde a una sorta di allarme legato al viaggio stesso che ha un sapore ancestrale e atavico, ma che, aggiungo io, nelle sue pagine si unisce a una disamina puntuale e piccata delle condizioni dei mezzi di traporti nel Sud d’Italia:

A metà dell’Ottocento avevano disboscato la Lucania per ricavarne le traversine dei binari destinate al regno di Napoli. Solo che poi arrivò l’Unità d’Italia, e il treno nella regione ormai rapata a zero non ci passò. E ancora nel duemila e rotti le Ferrovie dello Stato servivano la Basilicata poco e niente: se non si voleva usare la macchina il modo migliore per viaggiare era la fantasia.

O la Marozzi, appunto, da Roma a Matera sette ore esclusi i ritardi. Nella capitale le sue vetture rosse a due piani facevano capolinea in un enorme piazzale da dove partivano automezzi di tutti i colori, di tutte le ditte e per ogni destinazione, compresi i paesi dell’Est e la Grecia. Infatti c’era una folla di badanti dai capelli ossigenati che tornavano a casa con le borse zeppe, di studenti del Sud, di aspiranti padri o madri di famiglia venuti per colloqui di lavoro.

Imma aspettò una mezz’ora in mezzo alla gente accalcata sul marciapiedi, poi un fremito annunciò l’arrivo dell’autobus.

Tutti iniziarono a spingere, cercando di raggiungere lo sportello dei bagagli, e anche lei, schivando le pestate, lavorò di gomito fino a guadagnare la prima fila e presto fu issata a bordo da quelli che si accalcavano per entrare. Le porte si erano chiuse e la corriera stava iniziando a muoversi quando attaccò un concertino di jingle intonati al carattere, all’età e ai gusti di chi possedeva i rispettivi cellulari, in una cacofonia allucinante.

Per una memoria atavica il viaggio restava sinonimo di pericolo, briganti, naufragi, tempeste e pirati, così appena in moto scattava l’allarme rosso dell’istinto e per tutto il tragitto si veniva bersagliati dalle telefonate menagramo dei parenti, a intervalli di mezz’ora. Dove siete? 

Infine la scrittrice ricorda l’abitudine di comprare cibo da portare con sé, nonostante con la globalizzazione, ormai si possa trovare in qualsiasi luogo.

La stessa Imma Tataranni non può sottrarsi a questo rito:

Da Filomena prese dodici capi di salsiccia sotto vuoto, sei dolce sei piccante. Due soppressate e un capocollo. Due scamorze bianche e due affumicate. Una treccia dura. Un chilo di nodini. Mezzo chilo di provolone. Un chilo di ricotta che era una crema, come disse Filomena, che stava ancora servendo la Materdomini. Una manteca. Cinque chili di pane di Matera, quello di grano duro che si conserva anche più di una settimana, senza contare il congelatore. Due focacce. Quattro pacchi di taralli. Tre chili di friselle.

Almeno per qualche tempo i cognati non sarebbero morti di fame.

In questo elenco culinario mi pare di scorgere da parte della scrittrice la nostalgia e il gusto saporito della sua terra, mentre strizza l’occhio al lettore.In effetti, durante il nostro colloquio Mariolina Venezia mi conferma di voler raccontare di un certo modo di essere e pensare con l’ironia e la tenerezza di chi appartiene a quello stesso mondo, ma nello stesso tempo di far valere lo spirito critico di chi guarda da una certa distanza, senza voler offendere coloro di cui parla.

La scrittrice ha spaziato in tutti generi letterari, dal romanzo storico ai racconti, al romanzo frammentario e polifonico. Torna però sul genere giallo. Da lettrice mi chiedo quale ne sia la ragione. Forse lo sente più congeniale?

Senza tentennamenti, Mariolina Venezia ribadisce che l’idea del genere giallo è nata già con Mille anni che sto qui, una saga che si conclude nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, che rappresenta anche l’inizio della globalizzazione. Era rimasta la voglia di raccontare una regione come la Basilicata in cui quello che resta della cultura arcaica e contadina deve fare i conti con gli stimoli provenienti da un mondo sempre più globalizzato. La Basilicata con i suoi paesaggi estremi, sia geografici che umani, si presta a essere, per la Venezia, metafora dell’Italia intera. Il genere poliziesco per una serie di elementi, più della saga, si offre come portavoce di questa trasformazione. Come lettrice, Mariolina Venezia ama i libri in tanti aspetti, sia come nutrimento dell’anima sia anche come intrattenimento e svago. Questo ultimo a molti può sembrare meno nobile, ma la scrittrice ne sottolinea il valore, soprattutto quando i libri aiutano ad evadere da una realtà negativa. C’è chi lo fa in altri modi, anche pericolosi come la droga, ma il libro rimane lo strumento più innocuo e positivo. Dopo la lettura, si torna alla realtà, che non si riusciva a fronteggiare, arricchiti di nuovi punti di vista. Venezia sogna infatti di coniugare i due aspetti, quello del nutrimento con una bella scrittura e quello dello svago. Il genere poliziesco è forse quello che meglio si presta ad essere il campo in cui declinarli. Al di là delle classificazioni e in un superamento del genere giallo come minore, lei cerca di fare al meglio quello che sa fare come scrittrice: il lavoro sulla lingua. Ecco perché nei due romanzi gialli si è servita di una lingua che si piega al gergo, che si fa colloquiale. Senza dimenticare l’approfondimento introspettivo dei personaggi, a cominciare dalla protagonista. Una donna dalla vita interiore molto complessa, con sogni erotici, sensi di colpa, contradditorietà dei sentimenti, una visione particolare della realtà, una precisa filosofia di vita. Una filosofia dai tratti buffi, donchisciotteschi, che la rendono un personaggio particolare. Il tutto in un genere trascinante, che stuzzica la parte ludica e infantile del lettore, incollandolo alla risoluzione del mistero e allo svelamento del colpevole.

Il discorso di Mariolina Venezia sulla lingua è molto interessante e, da lettrice attenta e sensibile allo stile della scrittura, apprezzo molto la cura con cui modifica le proprie scelte linguistiche all’interno del genere trattato. Nonostante sia la saga Mille anni che sto qui sia il ciclo poliziesco siano ambientati in Basilicata, la lingua utilizzata accede a due registri diversi, pur essendo presenti in entrambi inevitabilmente il preziosismo del dialetto, mai reiterato, ma usato come perle ad impreziosire il testo.

Per Mariolina Venezia utilizzare nei romanzi polizieschi la lingua parlata è senza dubbio ricorrere alla reminiscenza dialettale che la nutre, ma non solo. Lei stessa ricorda che nei due romanzi di Imma Tataranni si riscontrano anche le espressioni straniere, i tic verbali della televisione, nella volontà di riprodurre nei romanzi la multilingua della vita quotidiana. Una lingua in evoluzione, che si trasforma e di cui come scrittrice desidera dare testimonianza nei suoi romanzi.

Riprendendo lo spunto di partenza della lotta tra un mondo di tradizioni, qual è ancora in parte la Basilicata, e le spinte della globalizzazione, mi sembra che la scrittrice ne indaghi le forze soprattutto all’interno del mondo giovanile, più permeabile a certe novità e a certi cambiamenti. Non solo, ho colto, quasi come un filo rosso tra i due romanzi della serie di Imma Tataranni, che certe spinte siano più visibili e consapevoli nei personaggi femminili.

Il mondo giovanile, mi precisa Mariolina Venezia, è senza dubbio più sensibile alla trasformazione. Se in Come piante tra i sassi il protagonista era un ragazzo Nunzio, con la voglia di evadere dal suo mondo, grande importanza rivestiva la sua ragazza Milena, che non condivideva questo desiderio di andare via. In Maltempo, la protagonista Donata fa una scelta forte nel voler restare. Per chi nasce in Basilicata e in genere al sud partire è quasi un atto obbligato. Donata al contrario attua come forma di ribellione il suo desiderio di investire nel territorio, con la decisione di rimanere, che non può non scontrarsi con grandi difficoltà.

Alle riflessioni della scrittrice aggiungo che sarà la giovane e intraprendente Donata a coniare il motto “Perchè voi, oggi, avete capito che andarsene non è un privilegio, come vi hanno fatto credere. È una fregatura” con cui un politico locale arringherà i giovani lucani incontrati a Roma. Nonostante l’icastica verità di questo slogan, in Maltempo si trova anche una accorata disamina della triste condizione dei giovani del sud che decidono di rimanere nei luoghi nativi:

Fissandolo con rabbia trattenuta, il giovane si tolse il grembiule e lo buttò su una sedia. Disse che anche lui era laureato, in economia. Col massimo dei voti. Che lavorava in nero da due anni, per uno stipendio da fame. Che era costretto a fare straordinari non pagati. Disse che il petrolio estratto in Basilicata ricopriva l’ottanta per cento della produzione nazionale. Che le royalties del sette per cento sul greggio erano le più basse al mondo. I giacimenti, i più grandi d’Europa. L’occupazione creata nel territorio, quasi inesistente. La Basilicata restava la regione più povera d’Italia, mentre ogni giorno dal suo sottosuolo si tiravano fuori barili per milioni di euro. Fra le attività generate dall’indotto, una delle più fiorenti era la prostituzione. Perchè lì si arrivava, si prendeva e si lasciavano i resti. La Val Basento era un cimitero di capannoni, per non parlare di quello che era successo alla Sinoro, all’ABL e nelle altre industrie del dopo terremoto. Stavano distruggendo un’intera generazione. Ormai anche chi aveva studiato grazie a padri e nonni emigranti doveva lasciare l’Italia per trovare un lavoro dignitoso. E a cosa erano serviti i loro sacrifici?

Imma Tataranni è una figura sopra e oltre le righe, contraddistinta da un abbigliamento spesso improponibile, soprattutto nell’accostamento dei colori che la scrittrice si diverte a sottolineare, quasi un marchio per differenziarsi dal conformismo imperante in provincia. Una nota caratteristica del personaggio sono le scarpe, rigorosamente con tacco dodici:

Imma provò un paio di scarpe col tacco a stiletto dorato e un fiore azzurro sopra, ma le andavano grandi. 

Ne prese un paio arancioni. Su come si abbinavano al rosa shocking del vestito che avrebbe indossato, forse qualche schizzinoso poteva trovare da ridire, ma stavano al settanta per cento, un affare.

Anche in Come piante tra i sassi, la simpatia del personaggio viene fuori in un contesto legato alle scarpe:

Le scarpe, imitazione All Star, se le era comprate apposta per la manifestazione, perchè ne possedeva solo dal tacco dodici in su, ma non camminavano neanche da dieci minuti che già la soletta si era scollata e le si era arricciata sotto la pianta del piede. Aveva dovuto fermarsi, slacciarsi la scarpa, lisciarla e rimetterla a posto. Ma dopo pochi passi la soletta era tornata a piegarsi, producendo un bordo alto che le si conficcava direttamente nella carne.

Impossibile non chiedersi cosa condivide con Mariolina Venezia.

La risposta della scrittrice rimane diplomatica. I personaggi nascono tutti dalla iniziativa di chi li inventa, quindi in ognuno di loro c’è qualcosa che riguarda chi li crea. In ogni personaggio Mariolina Venezia mette del suo, come un regista con gli attori o come un direttore d’orchestra.

A me in particolare la musica che viene fuori dall’orchestrazione di Mariolina Venezia, in tutte le sue diverse scale e armonie, mi è particolarmente congeniale, ma devo ammettere che la trilogia di Imma Tataranni stuzzica le mie corde di lettrice con una nota particolare di affinità. Buona lettura!

Telefonando a… Mariolina Venezia
Tags: