Un cappuccino di Starbucks nelle mani mie e di Nadia Terranova e un muffin per Nuccia. Londra, Bloomsbury, nel giardinetto preferito da Nadia, dedicato a Virginia Woolf.

Sedute su una panchina vicino la statua di Gandhi con una pila di libri da sfogliare, annusare e commentare.

Questo è lo scenario in cui immaginiamo che possa avvenire questa nostra chiacchierata letteraria.

Io e Nuccia siamo emozionate e felici di questa opportunità, condividere un momento di confronto importante con una scrittrice! Con noi abbiamo portato Le Mille e una notte, (La Nuova Fronteria junior) ed è da lì che Nuccia comincia con le sue domande.

Cara Nadia. Io sono come Shahriyar, curiosa di conoscere tutte le storie che racconta Shahrazad, ma non sono così crudele come il sultano.

In un’intervista hai detto che hai cominciato a scrivere i libri da piccola, ma venivano pubblicati? Anche io scrivo dei libri e li regalo alle persone care. Dicevi anche che quando dovevi fare i testi, scrivevi quello che ti piaceva e non quello che ti chiedeva la maestra. Ma anche se ti sgridava comunque eri fiera del tuo lavoro. Ho deciso di mettere in pratica anche io questo tuo consiglio e sono certa che funzionerà.

Cara Nuccia, sono sicurissima che tu non sia crudele come il sultano e ammiro la tua curiosità. Ogni persona, anche la più cattiva ha un punto debole, ed è proprio là che conviene insistere per ottenere la sua redenzione: sono altrettanto sicura che tu questo lo sappia, proprio come Shahrazad! Dunque, scrivevo molto da piccola ma non riuscivo quasi mai a finire i miei romanzi. Ne ho cominciati almeno quattro o cinque e in un caso avevo scritto tanti capitoli, solo che poi mi distraevo preferendo tornare lettrice di storie già scritte da altri, dai miei scrittori preferiti (Bianca Pitzorno, Emilio Salgari, Louisa May Alcott…). Nessuno di quei libri è stato pubblicato, a dire il vero non ci pensavo neanche all’epoca, però ero sicura che da grande ne avrei scritti degli altri e che sarei riuscita a pubblicarli.

imagesLe Mille e una notte della Nuova Fronteria junior ha entusiasmato sia me che Nuccia, per la verità anche Giuseppina di 6 anni, che si è un po’ ingelosita a veder me e Nuccia confabulare sui tuoi libri. Le ho promesso che non appena la sorella finisce il libro, lo leggerò anche a lei. Avendolo tra l’altro regalato per il compleanno di una sua compagna di scuola, la sua curiosità è salita alle stelle.

Riallacciandomi alla domanda di mia figlia: si sceglie di essere una scrittrice per ragazzi o nasce da un sentire profondo? oppure non c’è nessuna differenza nello scrivere per ragazzi o per adulti? 

Cara Giuditta, grazie intanto! Felice di essere fra i vostri pensieri e regali con quel mondo arabo (e anche un po’ siculo) che mi è piaciuto tanto ripercorrere. Allora, non sono *solo* una scrittrice per ragazzi, al contrario la scelta di scrivere per ragazzi è venuta dopo, nella mia scrittura, quando mi sono accorta che alcune storie nascevano già con quella voce. Che poi non è una voce così diversa da quella *per grandi*, direi che è sempre la stessa che ha bisogno di modulare diversi toni, un po’ come la vocina insistente di Shahrazad: in qualche caso parla ai grandi e in qualche altro ai bambini. Il prossimo libro sarà un romanzo, e non per ragazzi. Quantomeno non solo per loro!

Anch’io quando scrivo un romanzo non lo finisco e torno a essere lettrice.

Ti devo svelare un mio trucchetto: quando una storia mi piace molto, cerco di inserirla in un mio racconto. Anche tu facevi così?

Sto leggendo il tuo ultimo libro “Le mille e una notte”. Le storie sono così incalzanti che quando comincio, non riesco a smettere di leggere. La mia preferita è “Metà di una bugia”. Mamma mi ha spiegato che nel libro originale le storie sono molte di più, mille appunto, ti volevo chiedere se le nove storie presenti nel libro le hai scelte perché sono le tue preferite o per altre ragioni. Oppure non le hai scelte tu?

Certo che sì! Rubare è la cosa più divertente del mondo, soprattutto se si può fare senza sottrarre davvero qualcosa a qualcuno. Ispirandoci a un’altra storia e facendola nostra non solo non le togliamo nulla ma addirittura forse le regaliamo qualcosa, per esempio una nuova vita.

Sono contenta di saperti coinvolta dalle storie di Sharazad. A me “Metà di una bugia” fa tanto ridere e sei già la seconda persona che mi dice che è la sua preferita. Non ho scelto io le storie, perché la casa editrice che ha pubblicato questo libro ne aveva già una precedente edizione con queste belle illustrazioni di Christopher Corr (a proposito, che ne pensi? Ti piacciono? Quali sono le tue preferite? Ti sembra che rispecchino bene lo spirito del libro? E come si combinano secondo te con la mia scrittura?). Quindi io avevo già una versione vecchia di tutte le storie, già selezionate, e le illustrazioni. Ho studiato a fondo le immagini, ho fatto un lavoro di ricerca sulle tante versioni esistenti di ogni storia (perché le Mille e una notte è un libro con tante versioni…) e ho riscritto tutto daccapo.

Quello che mi ha affascinato in Le Mille e Una Notte, ma anche in Bruno, è una scrittura chiara, ma non semplice, con una sua musicalità ben precisa, che chiede a noi genitori di interrogarci insieme ai nostri figli. Nuccia è ormai in grado a 8 anni e con la passione per la lettura che le è propria di leggere in piena autonomia e ci sono dei libri che mi racconta, ma che io non leggo più insieme a lei. Con i tuoi ha sentito il bisogno, e spero la voglia, di confrontarsi con me, anche solo per il significato di qualche parola più ricercata e meno usuale. Da madre, lettrice e anche insegnante ho molto apprezzato la ricchezza della lingua e del lessico da te usato. Potrebbe essere anche questa la cifra del tuo essere *non solo* una scrittrice per ragazzi o la musicalità linguistica è propria del tuo essere e non risponde a nessuna logica, che non sia connaturata alla tua espressività personale?

Ci ho pensato su a lungo. Credo che sia vera la seconda, cioè: scrivo così perché penso così. Mi capita qualche volta di venire presa in giro (affettuosamente) anche da amici o colleghi perché utilizzo qualche parola desueta, ma spero non sia scambiato per il brutto vezzo della ricercatezza a tutti i costi: amo invece usare le parole belle, le parole che mi sembrano giuste, che spesso sono le parole semplici e qualche volta un po’ meno. Come dici tu, l’importante è seguire la propria musicalità. Mi hai fatto riflettere su un punto: quando ero bambina nessuno (per fortuna!) usava con me un linguaggio impoverito o zeppo di vezzeggiativi, come invece fanno molti adulti. Mia nonna in particolare, con cui passavo tantissimo tempo, mi raccontava le fiabe tradizionali senza mai edulcorarle, usava un vocabolario in cui le parole rispondevano con precisione alla necessità della storia. Se non capivo qualcosa chiedevo, e così imparavo. A scuola ho sempre avuto insegnanti bravissime che mi esortavano a frequentare il più possibile il vocabolario, quindi ho coltivato una modalità di lettura per cui sottolineo ancora oggi i termini che non conosco o su cui ho qualche dubbio e poi me li vado a cercare. Se un libro mi dà l’opportunità di imparare una parola in più – nei limiti in cui ciò costituisce un giocoso piacere e non un ostacolo forzato alla lettura – sono contenta, per cui innegabilmente mi fa piacere sapere che leggendo una storia che ho scritto un bambino possa provare lo stesso sentimento di ricerca, di stimolo. Se poi mi dici che questo processo diventa addirittura dialogico fra madre e figlia, sono davvero felice di aver contribuito anche se in minima parte a un processo tanto fertile.

Mentre Nuccia rimugina nel selezionare una delle tante domande che vorrebbe rivolgere a Nadia, ne approfitto per farne ancora una io.

Mi ritrovo empaticamente in quello che dici, anche se in un contesto diverso. Sia come madre che come insegnante non ho mai modificato il mio linguaggio nell’ottica della banalizzazione nella convinzione che ci fosse sempre un arricchimento in un lessico vario e variegato nella sua specificità. La tua scrittura è stata per me e Nuccia un’occasione molto fertile in cui sottolineare come la lingua, soprattutto quella scritta, non è solo comunicazione, ma anche musica e armonia.

Un altro motivo di fascino indiscusso dei tuoi libri sono le illustrazioni. Bellissime quelle di Bruno, meravigliose quelle di Le Mille e una notte. Quale rapporto intercorre tra scrittura e disegni? Sono due ambiti separati o si lavora in sinergia con l’illustratore del proprio testo? Tu, come scrittrice, cosa chiedi al tuo illustratore ideale?

Nel caso di Bruno è stata Ofra Amit, scelta da Fausta Orecchio della casa editrice Orecchio Acerbo, a lavorare sul mio testo. In quel caso c’era un territorio comune, cioè i disegni (e le parole) di Bruno Schulz, che hanno guidato sia l’ispirazione di Ofra che la mia – e probabilmente anche quella di Fausta nello splendido montaggio grafico che ha fatto del libro. Era lui, il suo immaginario visivo e visionario, a unire i nostri linguaggi e forse questo li ha resi naturalmente omogenei.

Bruno

Per quanto riguarda Le mille e una notte il processo è stato inverso: mi hanno chiesto di lavorare a partire dalle immagini. Stavolta sono stata io a dedurre la storia dalla visione e spero di aver fatto un buon lavoro. Anche in questo caso c’era un linguaggio comune fra me e Christopher Corr, quello ammaliante ed esotico delle storie di Shahrazad.

Ho avuto la fortuna di lavorare con due artisti straordinari e di sperimentare due metodologie diversissime. In cantiere, ma per il momento non dico di più perché è ancora embrionale, c’è un progetto ancora diverso, in cui io e l’illustratore lavoreremo di pari passo. Non so se esiste un illustratore ideale, di sicuro ogni volta scopro qualcosa dal loro sguardo sul mondo e mi piace trovare il punto esatto in cui quello sguardo diverge dal mio.

Il tuo libro lo trovo bellissimo. Delle nove storie io conoscevo già “Alì Babà e i quaranta ladroni”, che mio padre mi ha letto da un suo libro di quando era ragazzo, ma il tuo modo di raccontare mi ha colpito perché ci sono termini molto profondi.

Delle illustrazioni mi piacciono le sfumature dei colori. Le mie preferite sono un’immagine in cui Alì Babà è salito su un albero e osserva i quaranta ladroni (p.18); l’altra è nel racconto “La centesima porta”, quando Stella Marina trova Agib sulla spiaggia con sullo sfondo una montagna ricca di alberi (p.60). Questa ultima scena mi ricorda l’episodio di quando Nausicaa incontra Ulisse, che mia madre mi ha raccontato quando ero molto piccola. Le illustrazioni e la tua scrittura stanno molto bene insieme, perché le immagini danno un’idea chiara del racconto e dei personaggi. I colori scelti da Corr sono molto allegri e sono molto fantasiosi, proprio come le storie che racconti.


Ho letto anche il libro su Bruno Schlutz. Ero curiosa di conoscere la storia degli ebrei, perché alcuni miei compagni hanno visto film come “La vita è bella” e “Il bambino con il pigiama a righe”. Alle mie domande mia madre mi ha proposto di conoscere il tuo personaggio. All’inizio avevo paura della storia che tu potevi raccontare, ma poi ho capito che anche se Bruno non c’era più era diventato quello che desiderava.

È stato difficile per te raccontare la storia di Bruno e degli ebrei ai bambini? Stai già pensando a una prossima storia da raccontarci?

Grazie Nuccia, per tutto quello che scrivi.

Non è stato difficile raccontare la storia di Bruno, perché fin dalla prima volta che ho letto il libro di Bruno Schulz lui è entrato nella mia testa e non se n’è più andato, raccontarlo mi è venuto spontaneo, e anche l’idea di parlarne ai bambini più piccoli non mi è sembrata strana o difficile.

Sto già pensando a un’altra storia e spero che possiate leggerla al più presto…

Per noi lettori è sempre molto emozionante entrare nel laboratorio dello scrittore e conoscere i suoi metodi di lavori.

Tra le altre cose, tu Nadia fai parte anche dei Piccoli Maestri, un’iniziativa che io sostengo con tutto il mio entusiasmo di lettrice, madre e insegnante. Sei abituata ad andare in giro per scuole e altri luoghi ad incontrare i ragazzi e i lettori. C’è differenza tra la scrittrice Nadia che presenta i suoi libri e la Nadia “piccola maestra” che parla del libro del cuore? Quale la difficoltà maggiore nell’interazione con i ragazzi e quali le soddisfazioni più gratificanti che scaturiscono dagli incontri con loro?

Cara Giuditta, credo che la differenza sia che quando si parla di un libro altrui ci si può mettere anche dalla parte dei lettori, mentre quando si parla dei propri no. Così, quando esploriamo insieme Roald Dahl o Bruno Schulz, mi sento il capitano di una ciurma all’avventura in un terreno inesplorato, mentre parlando dei miei libri sono un po’ la padrona di casa che apre le sue stanze e osserva incuriosita come si muovono gli ospiti.

La difficoltà principale negli incontri con i ragazzi sorge quando qualcuno li ha convinti che le storie siano qualcosa di stupido, qualcosa che non ha a che fare con la vita, allora diventa davvero difficile trovare il punto in cui solleticare l’attenzione. Le soddisfazioni sono tantissime, da “comprerò questo libro” a “da grande voglio essere come lei”, che qualche volta mi ha commosso, nonché certe aperture improvvise e cariche di sentimento sulla propria vita privata, su un sé che grazie all’incontro con quel libro fa improvvisamente capolino.

Passiamo ai saluti e ai ringraziamenti. Nuccia è stata entusiasta di potersi confrontare con te, che hai sempre saputo trovare le parole più adatte per raggiungere il suo cuore e la sua curiosità. Per me, di cui conosci ormai la stima e la simpatia, questa dialettica che coinvolge anche mia figlia non ha potuto che accrescere la grande ammirazione che ho per quello che scrivi e per l’immediatezza con cui ti offri a bambini e adulti.

Cara Nadia, anche per me è stato importante confrontarmi con te, soprattutto perché grazie alle tue parole ho capito come posso fare per diventare scrittrice. In particolare di non aver paura di raccontare storie difficili come quella di Bruno ai più piccoli, anche cambiando un po’ la verità. Tu l’hai fatto con un PLOF che invece di far morire Bruno, lo fa scomparire per la gioia di noi bambini.

Anche io in un compito a scuola ho inventato una storia su Bruno e te la racconto come saluto:

BRUNO IL PITTORE

Bruno era preso in giro per la sua grande testa.

Bruno era protetto da Felix Landau durante la guerra, in cambio doveva dipingere la camera dei suoi figli.

A un certo punto venne ad ammirare la cameretta un soldato, e così tutto il popolo ebreo e nazista.

Smise la guerra e i due popoli si unirono.

Così divenne la nazione più bella del mondo e tutto questo grazie a Bruno.

Da quel giorno nessuno lo prese in giro e tutti si fecero dipingere la casa da lui.

Ciao, Nuccia!

Complimenti, Nuccia! Sono proprio felice di tutto ciò che mi scrivi e della storia che mi hai concesso di leggere. Bravissima! Un abbraccio, buone letture e buoni sogni. Speriamo di vederci presto e grazie per avermi dato la possibilità di parlare con te!

Salutiamo Nadia, riprendiamo sotto braccio i nostri libri, scritti da lei, e con il sorriso carico di compiacimento e il cuore colmo della gioia dell’incontro ce ne torniamo virtualmente a casa, più ricche e più unite che mai, mano nella mano, madre e figlia. Perché i libri hanno questo dono speciale, almeno per noi, di rendere tangibile l’affetto che ci lega e scrittrici che parlano con la schiettezza della passione e l’immediatezza di Nadia Terranova arricchiscono i sentimenti e li approfondiscono, inspessendoli e nutrendoli.

Ci portiamo un solo piccolo cruccio, che questo incontro sia stato solo virtuale, altrimenti su quella panchina londinese avremmo chiesto a Nadia di scrivere una dedica sui libri, così che potessero testimoniare la felicità di questo momento.

Chiacchierando insieme a Nuccia con… Nadia Terranova
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