Come un novello e contemporaneo Orfeo, ma a posizioni invertite lei nel mondo dei vivi e lui irrimediabilmente disceso agli Inferi, Joan Didion in L’anno del pensiero magico (trad. di Vincenzo Mantovani, Il Saggiatore 2006) cerca di trattenere con la forza della scrittura l’uomo, John Gregory Dunne, con cui si accompagnava da quarant’anni, morto all’improvviso la sera del 30 gennaio 2003, dopo essere rincasati dall’ospedale in cui dal 25 dicembre era ricoverata la loro unica figlia Quintana, in condizioni disperate.

Per un anno intero, Didion vive perennemente con lo sguardo volto alle spalle, a tutti gli eventi di quell’amara sera, come un Orfeo immobilizzato nella caverna buia dell’Ade e impossibilitato a uscirne fuori, nella vana speranza di veder ricomparire il fantasma di Euridice, e ritornando a tutte le occasioni precedenti a quella sera, nell’inconsistente tentativo di fermare il tempo, di trovare una maglia strappata da cui ripartire, di rintracciare un errore, sanato il quale, sia possibile modificare quell’istante in cui la sua vita è stata stravolta.

I ricordi e la letteratura, narrativa poesia saggi testi scientifici, la parola come amuleto, come paramento sacro, come rito, magico appunto, attraverso cui sciogliere il grumo di dolore e di fragilità che la perdita del marito (e la malattia della figlia) hanno pietrificato dentro di lei.

Dalla parola poetica al termine medico, Didion non lascia nulla di non letto in questa sua ansia di comprendere, di dare risposte, di chiarire e spiegare.

Un percorso umano di un’intensità straordinaria, in cui la sobrietà e la lucidità sono gli elementi dominanti. Una lucidità non razionale, ma pienamente sentimentale, la consapevolezza dell’inutilità di certi tentativi di dare e chiedere spiegazioni:

mi resi conto che la risposta alla domanda non cambiava nulla. Era successo. Era il fatto nuovo.

Come anche la vacuità di certi pensieri e di certi comportamenti dettati dal desiderio di poter modificare la realtà con la solo volontà del pensiero:

Oggi credo che la mia resistenza derivasse dallo stesso fondo superstizioso al quale avevo attinto da quando John era morto. Se non avesse fatto la tracheotomia, Quintana la mattina avrebbe potuto star bene, essere pronta a mangiare, a chiacchierare, ad andare a casa. Se non avesse fatto la tracheotomia, avremmo potuto essere su un aereo entro il weekend. E se non volevano che volasse, me la poteva portare al Bervely Wilshire, dove ci saremmo fatte curare le unghie, sedute intorno alla piscina. Se insistevano a non volere che volasse, avremmo potuto andare a Malibu, passare qualche giorno di riposo con Jean Moore.

Se non avesse fatto la tracheotomia.

Era una follia, ma la prima a non avere la testa a posto ero io.

Ma in realtà in questo velo di follia di cui la Didion ama avvolgersi per lenire il dolore della perdita c’è sempre un acuto spiraglio di intelligenza e chiarezza:

Immaginavo che questo modo di pensare fosse chiarificatore, ma in realtà era così confuso da contraddire persino se stesso.

Non credevo nella resurrezione della carne, ma credevo ancora che, date le giuste circostanze, lui sarebbe tornato.

Lui che prima di morire aveva lasciato le deboli tracce, la matita numero tre.

 

La Didion si concentra in una ricerca affannosa di ricostruire gli ultimi pensieri e le ultime volontà del marito, senza riuscire a sopire il senso di tradimento che nasce dalla consapevolezza che l’esercizio è vano e pecca di eccessiva e straziante approssimazione:

Il giorno in cui, nella stanza di Quintana al Presbyterian, avevo letto le ultime bozze di Nothing Lost, mi era parso che nell’ultima frase del brano su J.J. MacCure, Teresa Kean e il tornado potesse esserci un errore di grammatica. In realtà io non ho mai imparato le regole grammaticali, fidandomi invece soltanto delle cose che avevano il suono giusto, ma lì c’era qualcosa che non aveva, mi sembrava, il suono giusto. La frase nelle ultime bozze diceva: «Fu la cosa più somigliante una dichiarazione d’amore che J.J. fosse capace di fare». Io avrei aggiunto una preposizione: «Fu la cosa più somigliante a una dichiarazione d’amore che J.J. fosse capace di fare».

Ero seduta accanto alla finestra, guardavo le lastre di ghiaccio sullo Hudson e pensavo a quella frase. Fu la cosa più somigliante una dichiarazione d’amore che J.J. fosse capace di fare. Non era una frase, se l’avevi scritta tu, che avresti voluto sbagliare, ma non era neanche una frase, se era quello il modo in cui l’avevi scritta, che avresti voluto cambiare. Come l’aveva scritta, lui? Cos’aveva in mente? Come l’avrebbe voluta? Toccava a me decidere. Qualunque scelta io avessi fatto poteva avere il potenziale dell’abbandono, persino del tradimento. Era questa una delle ragioni per cui piangevo nella stanza di Quintana. Quando arrivai a casa, quella sera, controllai le bozze precedenti e i manoscritti. L’errore, se era un errore, c’era sempre stato, dall’inizio. La lasciai com’era.

Perché devi avere sempre ragione?

Perché devi avere sempre l’ultima parola?

Per una volta nella vita, lascia correre.

 

L’intensità di questa filologia della nostalgia è nella compostezza con la quale la Didion riesce a renderci partecipi del senso profondo di abbandono e di silenzio in cui si sente prigioniera.

Anche quando urla, quanto i punti esclamativi gridano nella pagina, la scrittura, l’esercizio del pensiero, l’allenamento dell’analisi su se stessa, agiscono da balsamo e da calmante.

 

Le persone che hanno perso qualcuno da poco hanno sul viso una certa espressione, forse riconoscibile solo da coloro che hanno visto quell’espressione sul proprio. Io l’ho notata sul mio e ora la noto sugli altri. È un’espressione di estrema vulnerabilità, nudità, trasparenza. È l’espressione di uno che dall’ambulatorio dell’oculista esce con le pupille dilatate nell’abbacinante luce del giorno, o di uno che porta gli occhiali e che improvvisamente è costretto a toglierseli. Queste persone che hanno perso qualcuno sembrano nude perché si credono invisibili. Io stessa per un certo lasso di tempo mi sentii invisibile, incorporea. Mi pareva di aver attraversato uno di quei fiumi leggendari che dividono i vivi dai morti, di essere entrata in un luogo dove potevo essere vista solo da coloro che avevano anch’essi subito una perdita recente. Per la prima volta compresi la forza dell’immagine dei fiumi, lo Stige, il Lete, e del traghettatore intabarrato con la sua pertica. Compresi per la prima volta il significato della pratica del sati. Le vedove non si gettano sulla pira ardente per il dolore. La pira ardente era invece un’accurata rappresentazione del luogo in cui il dolore (non la famiglia, non la comunità, non la tradizione, il dolore) le aveva portate. La sera in cui John morì mancavano trentun giorni al nostro quarantesimo anniversario. Avrete già indovinato che la «dolce e dura saggezza» degli ultimi versi di ««Rose Aylmer» era del tutto sprecata, con me.

Io volevo qualcosa di più che una notte di ricordi e di sospiri.

Io volevo urlare.

Io volevo che tornasse.

 

Il libro stesso e la sua composizione saranno per la Didion il traghetto di Caronte per poter compiere il viaggio inverso verso il mondo dei vivi. Con la fine del primo anno del lutto si spezza inesorabilmente il “pensiero magico” di poter confrontare il giorno presente con quello dell’anno precedente in cui il marito era ancora accanto a lei, in un calendario in cui i giorni scorrono all’incontrario, di giorni passati su cui continuare a scrivere la propria agenda. È giunto il momento, come ammette la stessa Didion, alla fine di questo libro così struggente e profondo, di lasciar andare i nostri cari, di lasciarli essere “morti” e di ricominciare a vivere. Il pensiero magico perde il suo effetto constatando che un anno fa il marito non era più accanto a lei, e che lei deve cominciare a sentire la marea, che cambia, a non perdere il momento giusto della marea, rischiando di rimanere indietro, per sempre.

In L’anno del pensiero magico di Joan Didion c’è tutta la saggezza degli antichi, che scrivevano Consolationes per lenire il dolore della perdita di amici, conoscenti e imperatori, e tutta la forza introspettiva dei moderni per analizzare e scandagliare il proprio cuore nel tormento.

Suadente e suggestiva la copertina, sia nel lettering giocato sul nero e il giallo, sia nel particolare del vuoto creato da un ritaglio geometrico sulla stessa che si riempie delle parole della prima pagina. Testimonianza grafica perfetta del significato profondo di un libro particolare come è L’anno del pensiero magico.

Della stessa scrittrice:

 (Il Saggiatore, 2012)

L’anno del pensiero magico
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