I Libri di Alice: L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi

di Alice Pisu

Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica "I libri di Alice"
Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica “I libri di Alice”

 

 

 

 

 

 

 

 

L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi, Marino Magliani

Letture di Alice Pisu (Liberia Diari di bordo). Nel suo nuovo libro uscito per Exòrma, Marino Magliani regala una riflessione sull’esistenza, sulla traduzione, sul sentimento dei luoghi, dominata dall’ossessione sulle origini in una narrazione che si nutre del giacimento segreto dell’infanzia e dell’immaginazione.
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Sergio Atzeni lo chiamava il quinto passo, quello dell’addio, in quel ballo immaginario che richiama la parabola discendente delle passioni, il fuoco, la colpa, il delirio, l’agonia, nell’esistenza del suo protagonista che, perennemente inquieto, si illude di trovare, nel distacco dall’isola, il modo di liberarsi dal suo mal di vivere. L’addio, il ritorno inteso come compito dell’abbandono, è l’interrogativo costante nelle riflessioni di Marino Magliani attraverso il suo protagonista ne L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi, Exòrma. L’ossessione che domina le pagine è l’indagine sulle proprie origini che, come l’io narrante rileva, è inevitabile per chi è nato in un ricovero per anziani. E il modo di guardare alla vita che emerge da queste pagine è descritto come un romantico tentativo di portare fuori dai collegi quel bambino nato in un ricovero per anziani. Per voce del suo protagonista, Magliani riflette sulla propria condizione esistenziale attraverso l’esilio dai luoghi d’origine osservando quei moscerini danzanti giapponesi e vivendo come immutata l’attesa di ritrovarli in ogni altro posto in cui andrà a vivere. L’esilio è ciò che si lascia, quando non esiste il ritorno a casa ma si vive della costante invenzione della propria residenza, come fa il talitro, e l’esilio perfetto si delinea come “il ritorno in un Portogallo in cui non si è mai stati”.  (altro…)

Nello Zaino di Antonello: Come si sopravvive in Libreria

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

 

Come si sopravvive in Libreria nel tempo di Amazon e cosa ci si inventa!

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In occasione delle iniziative previste nel programma di Pistoia Capitale della Cultura 2017 il libraio di borgo Santa Brigida, Antonello, è stato invitato dalla Biblioteca San Giorgio di Pistoia ad una tre giorni veramente ricca e interessante. Nella prima giornata di Venerdì si è svolto l’appuntamento annuale con il Forum del libro Passaparola, dedicato questo anno ad una riflessione e a un dibattito sul tema della bibliodiversità, la diversità culturale applicata al mondo del libro. Ho potuto partecipare, assieme ad altri colleghi, ad uno dei tre laboratori intitolato la “Bibliodiversità in libreria. Nuove forme di alleanza tra librai ed editori”. Sotto il coordinamento di Aldo Addis si è parlato della possibilità di combattere la tendenza all’omologazione e all’abbassamento del livello culturale delle proposte editoriali, sperimentando nuove forme di relazione professionale e di rapporti all’interno della filiera, di promozione della lettura e attività di coinvolgimento dei lettori nelle attività delle librerie. (altro…)

Chiacchierando con… Simone Somekh

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Ti avrei dato appuntamento in Dizengoff Street, a Tel Aviv, di fronte ad una fermata dell’autobus…

Non svelo l’importanza di questo luogo nell’economia narrativa di “Grandangolo”, il romanzo di esordio di Simone Somekh per la casa editrice Giuntina, e lascio che i lettori lo scoprano durante la lettura. Vi chiedo, invece, di avvicinarvi a me e a Simone Somekh che ci apprestiamo a chiacchierare del romanzo, dei temi forti che tratta, del giovane ebreo Ezra, protagonista del libro, di scrittura e di tanto altro ancora.

Vi siete preoccupati così tanto di far combaciare tutti i pezzi che avete perso di vista quelli più importanti. Volevate una comunità e vi siete lasciati scappare la famiglia. Volevate Dio e vi siete dimenticati degli uomini. A volte penso che abbiate guardato alla realtà attraverso un grandangolo: pur di allargare gli orizzonti, avete permesso che la vista degli oggetti in primo piano venisse deformata.

Sono le parole che Ezra, il protagonista del romanzo, rivolge alla madre in un momento tragico e delicato del libro, e rappresentano la confessione più autentica e sincera che si sia mai permesso con lei. 

Clicca sulla foto per accedere al sito della casa editrice.
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Mi sembra che queste parole così accorate e intime, intrise di lucidità e rabbia, rappresentino il nodo cruciale dell’intero romanzo, intitolato appunto “Grandangolo”.

Anche Ezra vive la sua vita guardandola in maniera deformata, fa delle scelte che lo portano fuori dalla sua comunità di ebrei ortodossi americani alla ricerca di orizzonti illimitati, e lentamente, dolorosamente ma anche caparbiamente e coraggiosamente, mette a fuoco i propri sentimenti per scoprire la sua vera identità.

C’è una consapevole, voluta, ricercata focalizzazione da parte di Ezra di ciò che vive? La sua maturazione non si evince forse dalla volontà di riuscire a vedere con maggiore chiarezza ciò che è e ciò che accade, persino ciò che è stato, e da questo rinnovato e rinvigorito sguardo far scattare delle scelte che se apparentemente sembrano più irrazionali, sono in realtà più solide e motivate?

In questa scena, il mio personaggio Ezra ha la possibilità di tornare indietro, nella casa dei suoi genitori, e di fare i conti col suo passato in maniera diretta, forse definitiva. L’occasione, però, degenera e si trasforma velocemente in una riapertura di diverse ferite mai medicate.

Riemerge dunque la rabbia e ritorna a galla il ricordo delle sciagure che avevano tormentato il rapporto tra il protagonista, i suoi genitori e la comunità a cui appartengono.

Ezra si rende conto che mentre lui ha svolto un lungo percorso di crescita e formazione, ricco di ostacoli, errori e vittorie, i suoi genitori sono rimasti esattamente dove li aveva lasciati anni prima: fermi nelle loro convinzioni, ancora irremovibili.

Credo che questa sia un’esperienza comune a molti giovani che vanno all’avventura lontano da casa e tornano per trovare tutto immutato. Forse è un bene: la frustrazione scaturita dalla stasi può trasformarsi nella consapevolezza che invece chi è partito ha avuto occasione di evolversi. Ovviamente “Grandangolo” presenta un caso estremo, ma sensazioni del genere possono essere vissute a livelli di intensità differenti. (altro…)

Dieci buoni motivi per NON leggere “Il narratore di verità”

Dieci buoni motivi

di Tiziana D’Oppido

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per NON leggere “Il narratore di verità

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1) Perché amate affidarvi a trame rassicuranti, ancor meglio se con finale prevedibile;

2) Perché le vostre analisi del sangue evidenziano che siete un po’ carenti di ironia, autoironia e senso dell’umorismo;

3) Perché quando sentite parlare dell’importanza dello stile di scrittura e della voce autoriale, pensate: “Ma quante storie. Basta che il romanzo sia leggibile.”;

4) Perché per voi il mondo ha una faccia sola;

5) Perché odiate le sfide e io vi sfido a trovare la soluzione ai misteri presenti nel romanzo. Vi do molti indizi, fin dalla copertina e dalla citazione iniziale, ma sono sicura che non ci arriverete lo stesso;

6) Perché non amate viaggiare e quindi non siete curiosi di scoprire posti nuovi come i paesi di Scampolo, Pescincanna e tutta la Val Brodima;

7) Perché non credete che nel mondo ci sia bisogno di un narratore di verità;

8) Perché vi viene l’orticaria al pensiero che un romanzo possa osare e stuzzicare la vostra fantasia; e perché se lo leggerete ingurgitando antistaminici e pensando:“Ma la realtà è un’altra cosa” sarete fuori strada, in errore, ma in errore che di più non si può;

9) Perché non siete incuriositi dall’idea che, con le chiavi di lettura giuste, questo romanzo possa essere in realtà due, tre o addirittura quattro romanzi diversi;

10) Perché soffrite molto la calura estiva.

La Recensora della domenica: Malùra

di Francesca Maccani

Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce
Trentina di origine, vive a Palermo dal 2010. Ha pubblicato un libro di poesie, Fili d’erba, nel 2007 e gestisce una pagina Facebook: Francesca leggo veloce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Malùra di Carlo Loforti,

Baldini&Castoldi.

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Il giorno 2 novembre è uscito nelle librerie il secondo romanzo di Carlo Loforti per Baldini&Castoldi.

Data infausta? Ma no! Per i palermitani il giorno dei morti è un giorno di festa. La tradizione vuole infatti che i cari trapassati, durante la notte, portino dolci succulenti e giocattoli ai piccoli. Mi piace pensare che a Carlo abbiano portato uno scatolone pieno di copie fresche di stampa del suo nuovo libro. (altro…)

I Libri di Alice: Mia figlia, don Chisciotte

di Alice Pisu

Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica "I libri di Alice"
Libraia e giornalista, al timone con Antonello Saiz dei Diari di bordo, libreria indipendente a Parma, con la rubrica “I libri di Alice”

 

 

 

 

 

 

 

 

Mia figlia, don Chisciotte. Alessandro Garigliano

Letture. Prosegue il viaggio di Alice Pisu nell’editoria indipendente per raccontare il nuovo romanzo di Alessandro Garigliano, edito da NNE, ospite della libreria venerdì 30 giugno: una narrazione critica e emozionale dell’opera di Cervantes dove i sentimenti di follia del cavaliere e la saggezza dello scudiero si intrecciano al modo del protagonista di imparare a essere padre

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È una mattina di luglio quando il cavaliere dell’eterna gioventù decide di mettersi in marcia per seguire la legge che batte nel suo petto e conquistare il bello, il vero, il giusto. Davanti a lui un mondo di giganti assurdi e abbietti; sotto di lui, Ronzinante, triste ed eroico. Anche Nazim Hikmet subirà il fascino del mito senza tempo del Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, e nel 1947 gli dedicherà i suoi versi. Quel cavaliere errante pronto a combattere contro i mulini a vento che per secoli ha ispirato generazioni di scrittori e artisti, assume oggi sembianze nuove nella narrazione critica di Alessandro Garigliano in Mia figlia, don Chisciotte, edito da NNE.

Clicca sull'immagine per accedere al sito della casa editrice.
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Ciò che segna un margine tra il romanzo di Garigliano e la vasta produzione legata all’opera di Cervantes, risiede anzitutto nel genere, la sperimentazione di una nuova forma di romanzo che trae nutrimento dallo studio dell’opera del poeta e drammaturgo spagnolo, per compierne una lettura critica funzionale al racconto del modo di imparare a essere padre nel microcosmo dominato dalla figlia di tre anni. Ma ancor prima che nella struttura e nell’incedere della narrazione che si intreccia costantemente alle gesta dei cavalieri, la sua originalità risiede nel riuscire a piegare uno dei capolavori della letteratura mondiale al racconto del rapporto tra un padre e una figlia riuscendo a innestare sin dalle prime pagine la letteratura, quella che insegna la vita, quella che può anche insegnare a essere padre. Lo scrivevano Cervantes e Proust che il presente non può che essere immaginazione, allora perché non rendere invisibile quel confine tra reale e immaginifico se può diventare il modo più suggestivo di raccontare l’altra realtà che ci si può costruire nell’infanzia?

Il mondo di Mia figlia, Don Chisciotte è popolato da eroi cavallereschi, da storie inventate su “principeffe” scomparse raccontate dentro una tenda da circo dell’Ikea che può diventare portatrice di storie, da uno scudiero che incarna il modello di padre a cui ogni genitore dovrebbe aspirare. Vorrebbe essere come Sancio quel padre, e saper trovare quell’equilibrio tra la concretezza e l’utopia donchisciottesca, anche se magari, una volta preparato l’asino per l’ignoto cammino, non riuscirà, come lui, a partire per inseguire un sogno. A rendere Cervantes uno dei pochi creatori di personaggi senza morte è proprio la trasformazione di Don Chisciotte e di Sancio in simboli, come rimarca Cesare Segre che rileva come l’estrema consapevolezza critica dell’opera sia tale da rendere Don Chisciotte della Mancia il prototipo del romanzo-saggio. Garigliano prende in mano un’opera di tale portata studiandola per anni per compierne una rilettura in chiave nuova, pensando anche alle parole di Dostoevskij su Sancio: un amico fedele, capace di illudere e ingannare quell’amico folle, ma credendo sempre nella sua intelligenza e nel suo grande cuore, proprio come farebbe un padre. Riscrive un Don Chisciotte emozionale dove i sentimenti di follia del cavaliere e la saggezza dello scudiero si intrecciano al suo modo di imparare a essere padre. In contrasto con le insicurezze paterne, emerge la determinazione granitica della madre, che incarna a sua volta il mito dell’eroe cavalleresco: pronta a salvare sua figlia colpita da distress respiratorio e non curante del proprio stato di puerpera, procede indomita verso la neonata con la sua lancia a forma di flebo. (altro…)

Nello Zaino di Antonello: Poeti e Letterati protagonisti nei Libri

di Antonello Saiz

Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”
Libraio a Parma con Alice Pisu di “Libreria Diari di bordo”

 

 

 

 

 

 

Poeti e Letterati protagonisti nei Libri.

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C’è una strana bara (col lucchetto) che è troppo corta e bassa per uno come lui che ha due gibbosità; c’è che quando agli inizi del novecento vanno a estumulare troveranno solo qualche osso, un lembo di pastrano, mezza suola di una scarpa e soprattutto non c’è il teschio che ci doveva proprio stare perché di tempo ne era trascorso troppo poco. C’è che non sappiamo e forse ormai neppure importa, quale fu la causa della sua morte: complicazione polmonare? Colera? C’è che Giacomo Leopardi, ce lo racconta il suo ombroso amico Ranieri, a Napoli fa perdere le sue tracce per giornate intere: dove va e soprattutto con con chi non ci è dato di sapere. C’è infine il desiderio di Leopardi di lasciare l’Italia per iniziare una vita nuova in Francia. Questi più o meno e detti proprio al volo son gli spunti, i vuoti su cui ho cercato di costruire la mia storia, che è sgherigliata tenendo conto non tanto dei convicimenti del poeta-filosofo – che con buona pace degli artisti della fragilità, ruotano attorno al suo “tutto è male” – ma guardando a come visse e alle esperienze dell’uomo Giacomo Leopardi.

Massimiliano Timpano

 

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Uno dei poeti più amati della nostra letteratura è al centro del libro “La vita, se altro si dice”, scritto da Massimiliano Timpano per Bompiani, che sabato 4 novembre abbiamo presentato in libreria ai Diari. Romanzo fantastorico che racconta di un Giacomo Leopardi inedito, arricchendo la sua vita di una originale fantasticheria letteraria. L’autore, rendendo omaggio al poeta de L’infinito con grande grazia ed efficacia letteraria, immagina per lui una storia personale diversa da quella realmente accaduta. Si immagina che il poeta non sia morto nell’epidemia di colera a Napoli, ma sia riuscito a scappar via. La vicenda mescola elementi di immaginazione alla verità storica: Giacomo Leopardi è a Napoli, stanco, sfinito, malato e ora che è diventato celebre risulta circondato da molta gente che, vedendolo debole, vorrebbe impossessarsi dei suoi averi. Ci sono gli amici, i buoni amici che lo sanno bene e sono pronti a difenderlo. Sono loro ad aiutalo a cavarsi dal pericolo mettendo in scena la sua morte, con tanto di cadavere e funerale, mentre lui prende il largo diretto ai porti spagnoli, poi a Calais, infine, via terra, a Parigi. Ma la nave che lo trasporta viene incrociata da un’imbarcazione di corsari e il poeta, ancora malato e scosso, viene curato da Josephine, una splendida donna di colore. Dopo tante delusioni, Leopardi potrà conoscere finalmente le gioie di un amore vero. È l’amore, finalmente: vero, appagato, fisico, profondo. I due sono felici, possono esserlo. Ma non è questa la fine della storia: un’altra sorpresa lo aspetta, e aspetta il lettore, alla fine di questo divertissement aggraziato e melanconico, questa fantasticheria letteraria resa con grande finezza linguistica.

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